Comprensione

E’ da un po’ di tempo che ci rifletto e che ne voglio parlare, complici occasioni più o meno importanti che in questo ultimo periodo hanno costellato le mie giornate, portando questa tematica sempre più davanti agli occhi: il concetto di ‘comprensione’.

Cos’è, in verità, la Comprensione? Come è strutturata, come si riconosce, come si impara, si può impararla, serve sempre, serve a tutti, serve verso tutti? Si potrebbe stare a farsi domande all’infinito a riguardo, e probabilmente mai giungere a un effettivo risultato, chiaro e immutabile.

Per ciò che mi riguarda, la verità è che questo concetto si è sempre più esteso dentro di me. Si è infittito, arricchito e si è reso sempre più colorito e complesso. Non ci sono sempre consuetudini o argomenti, o occasioni in cui esso sia più o meno palesemente riconoscibile. E ciò rende anche più difficile la sua connotazione, il suo effettivo ed oggettivo ruolo e peso all’interno della vita quotidiana e dei rapporti interpersonali.

Una prima cosa che ho constatato, è che essa, la comprensione, è mutevole. Nel senso che non siamo sempre in grado di offrire il medesimo quantitativo. Vicino a questa casistica elencherei alcuni termini chiave che possono fare comprendere PERCHE’ non si è sempre in grado di dare costantemente la stessa comprensione: stress, distrazione-assorbimento in altre cose, impazienza, imprevisti, tempo a disposizione.

Inoltre, la comprensione, è terribilmente soggettiva, nel senso di legata al soggetto da comprendere. Più il soggetto ha peso rilevante nella nostra esistenza o in quel dato frangente di tempo, più essa sarà elastica, frequente, accogliente e disposta. Viceversa, più il soggetto è ‘leggero’, più essa sarà superficiale e limitata nel tempo. E non è tutto. Spesso e volentieri accade che i soggetti da comprendere, nel tempo, si ritrovino a passare dal gruppo delle persone che ‘meritano tutta la nostra comprensione’, o per lo meno quanta più sappiamo e possiamo o vogliamo offrirne, a quello di coloro per i quali ‘ci sentiamo nella posizione di poter ‘sospendere’ la cosa più agilmente e senza tanti sensi di colpa’. Ecco che così quello che ieri aveva la nostra apprensione e la nostra vicinanza, il nostro ascolto migliore, oggi è relegato altrove dal nostro silenzio perchè, in qualche modo, direttamente od indirettamente, ci ha fatto passare la voglia di impegnarci nei suoi confronti o ci ha fatto temporaneamente rivalutare l’idea che avevamo di lui.

Da ciò si può anche quindi arrivare a dire che la comprensione non è certo meritocratica. O, almeno, non nel senso stretto della parola meritocrazia. Giacché il nostro senso del meritocratico anzitutto non è fisso e ben determinato, e in secondo luogo è spesso viziato e capricciato, macchiato da un velo di opportunismo o, peggio ancora, dalla presenza o assenza di caratteristiche nella persona alla quale destiniamo la nostra comprensione che a noi sono ‘comode’.

Personalmente, mi viene quindi da pensare la comprensione come una ‘summa’ di alcune caratteristiche ed attitudini, miscelate in una precisa maniera ed in quantità più o meno variabili in base appunto all’oggetto della comprensione e al momento temporale nel quale questa cosa è richiesta. Entrano in gioco, fra le attitudini, cose anche di non poco conto: l’ascolto, l’onestà, il tatto, il rispetto della persona e delle ideologie – diverse dalle nostre, anche se per noi inconcepibili o errate. Fra le caratteristiche, cose più variabili (e che determinano subito in partenza, in modo più o meno chiaro, quanta reale capacità e voglia di comprensione ci potrà effettivamente essere): l’affetto che ci lega al soggetto, il peso che attribuiamo ad esso nella nostra vita… insomma quelle cose che poco sopra ho descritto come le qualità che rendono ‘soggettiva’ la comprensione.

Ora, poste queste due caratteristiche base (magari anche scartandone di altre che al momento la mia memoria non mi riporta), mi viene soprattutto da dire una cosa, basata su una fredda e ragionata valutazione della realtà che mi è gravitata attorno ultimamente relazionandola al concetto di comprensione: quanta poca ce n’è, d’oggi, in giro! Il dito punta più veloce e taccia con più asprezza, la malfidenza e la diffidenza sono quasi immediate, le orecchie sono quasi totalmente chiuse. Che tristezza.

Mandiamo un secondo a monte le due premesse: non è triste ciò che resta? Non è demotivante e demoralizzante? Il fatto che, anche e spesso e soprattutto magari fra rapporti interpersonali consolidati o comunque enfatici, si arrivi con estrema facilità ad un atteggiamento che solitamente si adotta con soggetti di tutt’altra fattura e coi quali si hanno rapporti ben più asciutti per non dire che non ci sono affatto rapporti?

Inoltre, e qui parlo per quel che riguarda la mia persona (anche perchè posso conoscere, per quanto sia realmente possibile effettivamente, solo la mia di ‘testa’), mi accorgo di quanta freddezza ci possa essere attorno. E di quanto questa, quando ci rimbalza indietro e ci si riversa addosso, ci faccia, ancor prima di riflettere, una sorta di ferita che può anche colpirci intimamente, anche e soprattutto se la persona dalla quale ci proviene ha per noi un valore sopra alla media, indipendentemente dalla tipologia di rapporto che abbiamo instauratoci.

E’ avvilente essere disposti ad ascoltare, capire, non giudicare (e a volte nemmeno valutare, poichè chi chiede comprensione, molte volte, chiede non tanto il cenno di approvazione, quanto il semplice spazio di espressione, che rasenta quasi il bisogno di non parlare solamente con se stessi, e quindi è legato ad un principio di profonda solitudine – probabilmente – per ciò che riguarda quello o l’altro argomento che ci andrà ad esporre); è demotivante essere pronti ad aiutare, a dare un abbraccio di conforto o una pacca sulle spalle, a sorridere fra sé e sé senza umiliare l’altro quando quel che ci dice ci sembra assurdo o incredibile, e ricevere indietro quasi il contrario di tutto questo che ho appena elencato. Ok, posso pensare anche ‘Andrew, non sono tutti come te, anzi, forse sono in pochissimi ad esserlo’, e non perchè io sia migliore, anzi forse sono in esagerazione. Ma al tempo spesso mi viene da pensare che voltarsi quando ci si trova davanti a due occhi lucidi o gonfi di lacrime, o bassi e spenti sia anche codardia. Piuttosto è meglio un educato ‘Appena ho un attimo di tempo mi racconti/mi fai vedere/mi spieghi/ti ascolterò, promesso’ o affini che un totale silenzio. Perchè chi chiede ascolto o comprensione, spesso, è terribilmente a disagio nel chiederli, e ad un rifiuto immotivato non azzarderà più una seconda richiesta.

Se c’è poca comprensione, forse, è anche perché, oltre all’ascolto, al non giudicare, all’accettare, c’è anche una pochezza di osservazione, di attenzione verso quanto meno coloro che, dentro e fuori di noi, hanno quel posto più o meno vicino che meriterebbe anche solo una goccia in più di impegno, o di buona volontà.

 

A. J. Enlightened

PS – Voglio precisare che non ci sono allusioni a specifiche persone in questo testo. E’ per me soltanto un sunto alla luce di riflessioni recenti, ma anche non. Non voglio essere crudo, ma così mi hanno anche un po’ educato: se qualcuno si sentisse preso in causa, forse è perchè ha qualche conto in sospeso di cui ben se ne capacita, e quindi quel che qui è detto non è rilevante.

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