Il Volto del Sole

‘Chissà se verrà mai il mio momento!..?’

E’ un rubinetto che perde, da tanto tempo. Che sia musica, altri progetti, rapporti interpersonali o con me stesso, tutti hanno bene o male l’impronta di questo punto interrogativo addosso.

Negli anni ho visto gente migliorare fino a oltrepassare il punto nel quale mi trovavo, mentre io, come un chiodo, lì. Fermo, tra la retrocessione e l’oscillazione, avanti e indietro invisibilmente. Ho visto gente giungermi vicina da lontano, e poi lentamente oltrepassare il punto nel quale ci eravamo incontrati, o prendere altre strade, abbandonarmi. Ho visto le mie dita assorbire e perdere, sciogliersi e irrigidirsi due volte peggio. Una cisti crescermi in un polso, una pioggia di contratture firmamentarmi la schiena e le spalle.

Ho visto colare tanto sudore, insieme a tanta ‘pace’ e salute, e abbandonarmi con esso, su di un asciugamano o sotto una doccia. Ho visto prendere l’impegno di 4 anni e scansarlo via come se fosse residuo di gomma da cancellare da parte di persone che dell’impegno altrui dovrebbero vivere. Ho visto togliermi il tempo di mano, e poi sfuggirmi di mano, come sapone, fino a divenire bolle iridescenti volteggianti troppo in alto, talmente su che nemmeno con tutta la forza che avevo per saltare riuscivo a tenerne una che fosse una con me. Ho visto diventare obsoleti due calendari nell’atarassia, nella staticità granitica di un aberrante capolavoro di sembianze umane, io. Bloccato, fermo e ammutolito. Ho vissuto nella pietra soffrendo al di sotto di essa, e per quanto potessi piangere, sputare o urlare, la suddetta pietra non si ammorbidiva mai.

Ho preso a scrivere per nessuno, come sempre. E quanto più mi sono convinto che era per nessuno, più ho destato l’attenzione e la compassione degli altri. Ma io non volevo né l’una né l’altra. Mi sono ritrovato fra artisti diversi da me, e tali rimarranno fino alla fine. Ho visto elogiare ciò che per me è quasi ‘parlare senza stile’. Ho visto emozione negli occhi di coloro che non volevo emozionare, e freddezza e distacco in quei pochi occhi che avrei raccolto la rugiada con le dita pur di farli brillare almeno un po’. Ho ricevuto abbracci indesiderati, e dato abbracci indesiderati. Ho ricevuto baci di voglia in cambio di baci d’affetto. Ho imparato da chi non sapeva di insegnare, e mi sono trovato a litigare e contraddire chi era designato per aiutarmi a tracciare una strada nella sabbia.

Ho taciuto ciò che avrei detto, ho detto ciò che non pensavo per cessare di sentire continuamente api e vespe ronzare. Ho ingoiato rospi per poi ammalarmi e vomitare il doppio delle rane. Ho abbassato gli occhi dallo sdegno, ed ho guardato in faccia ciò per cui darei la vita, per quanto distante, difficile e come irraggiungibile. Con tutta la consapevole rischiosità di rimanere bruciati.

Perchè il sole scalda, ma se lo guardi ti acceca.

Ma ciononostante, nonostante di tanti semi lanciati nel terreno buono nessuno sia ancora cresciuto, nonostante di un raccolto fiorente e lontano nel tempo ne ricordi più che tutto un enorme coltre di ceneri.. io aspetto. Questo treno prima o poi partirà per la sua destinazione.

Ed una volta lì, una volta accecato, non avrò più occhi per guardare, per illudermi di illuminarne altri, per sperare di vedere premiati gli impegni presi a calci: avrò più udito per percepire e ascoltare, più tatto per sentire e carezzare, olfatto per inseguire e ricordare.

E voce per raccontare cosa vedrò da accecato.

Ed un cuore, per portare con me il volto del sole.

Ascolto

Giacché gli episodi di vita si susseguono insegnando sempre qualcosa di piccolo o grande, ma di sicuramente utile, dopo aver parlato di comprensione, voglio parlare di ‘ascolto’.

Ma sarò meno ‘teorico’: quello che voglio fare non è un’analisi bacchettona e complessa, ma spiegare attraverso figure ed esempi personali cosa io sento, vedo e in cosa credo consista l’ascolto.

La cosa peggiore non è non ascoltare, ma non essere ascoltati. O meglio, non la peggiore, ma la più evidente e percepibile. Tutti sentiamo gravarne il peso, assurdamente. L’ascolto se c’è non ha peso, ma se manca diventa pesantissimo.

Non si può sempre ascoltare, né si può essere sempre ascoltati, né pertanto ascoltare ed essere sempre ascoltati al massimo delle capacità. Inutile ripescare i moventi, li ho già tentati di esporre nel post precedente sulla comprensione.

Eppure può essere così bello ascoltare. Ascoltare non è solo stare a sentire chi parla, o stare a sentire i rumori ed i suoni. Ascoltare significa assorbire, fare propri questi suoni, rumori, voci. E’ un scambio, è vero, non sempre positivo o fruttifero. Nessuno pretende che tu assorba tutto, nè (soprattutto) che tu debba scambiare con qualcosa di tuo ciò che ti viene dato. Per ‘orecchi’ sensibili, non sempre tutto è basato sulle parole, e non sempre (quasi mai) il ‘baratto’ è qualcosa di contemplato. E’ un rimbalzare continuo, come un battito del cuore, spesso così automatizzato che resta quasi inguardato.

Oggi, nelle piccole pause che prendo durante lo studio pomeridiano, che sia il thé bancha, uno spuntino, un attimo di relax per riposare le braccia onde evitare tensioni, ho ascoltato tantissime cose. Nessuna canzone, nessuna persona. Era il silenzio, se così si può dire. Il silenzio non è mai totale, e non è mai muto. C’è sempre un rumore, un fruscio, un qualcosa che ne impedisce la sua aderenza totale. Anche il nostro stesso respirare lo impedisce. Il nostro pensare, anche. Oggi in queste pause ho aperto lievemente la finestra che ora ho di fronte a me, ed ho ascoltato la pioggia battere sull’erba e sulla grondaia, creando un suono sordo e mai della medesima altezza. Ho ascoltato le rondini conversare, un’auto entrare (o uscire, non so, non la vedevo) dal box. Ho sentito il passo di chi scendeva le scale, l’interruttore della luce del vicino, qualcuno che apriva e chiudeva il rubinetto dell’acqua. Ho ascoltato il mio respirare e l’ho localizzato al centro del petto, in una zona fra lo sterno e l’ombelico. Era meraviglioso, questo pulsare, era come se avessi trovato l’origine della mia esistenza. Ho ascoltato il battito del cuore, qualche pensiero di troppo.

E’ bello ascoltare anche il respiro degli altri, ‘localizzarlo’ ed imitarlo, aiuta a mettersi in connessione, a trovare una dimensione reciproca. E’ bello ascoltare una musica lasciandosi totalmente vuoti per potersi fare trapassare totalmente, e come una rete filtrante, vedere ciò che ci rimane e ciò che se ne va per la sua strada. Ci sono musiche (ma non solo musiche a dire il vero) in grado di darci una spinta incredibile, di farci sentire in espansione, un po’ come i cerchi nell’acqua.

Non è semplice ascoltare, e tantomeno ascoltare le cose che non si dicono, ma si fanno. I gesti, le azioni, i comportamenti, i caratteri. Eppure ci direbbero tantissimo, ci aiuterebbero, arricchierebbero, anche ispirerebbero forse. Ci vuole empatia, ma ci vuole anche e soprattutto tempo e concentrazione, e sopra di tutto, volontà.

Io non posso valutare le persone in base a questo metro, nè posso sceglierle, ma posso sicuramente riconoscerle. Con esse si creano, si instaurano rapporti di ascolto e di ‘percezione’ che sono davvero meravigliosi. Ringraziando il cielo, nonostante le delusioni anche grandi che si possono (ed ho potuto) subire su questo frangente, ci sono quel piccolo numero di entità dalle quali veramente posso lasciarmi trapassare emozionalmente, verbalmente e mentalmente senza uscirne ferito, vuoto o.. pentito.