Dall’altra parte

<<Penso che alcune delle mie migliori riflessioni abbiano luogo in treno>>.

Così esordì Gianni quel pomeriggio.

Come un rituale, ogni weekend lui ed io siamo soliti incontrarci. Ma non è mai solo e soltanto per “divertimento”. Dopo anni di amicizia, di avventure insieme, di momenti di vicinanza ed altri di distacco, le nostre uscite hanno assunto un carattere molto più particolare. Sono quasi la condivisione materiale e diretta di ciò che nella vita quotidiana non è possibile condividere, data l’oggettiva distanza che ci divide e che, pur non essendo così incolmabile, non è certo, per entrambi, tanto fattibile da percorrere spesso, visti e considerati soprattutto gli impegni ai quali entrambi siamo chiamati durante la settimana, io per lavoro, lui per studio. Il nostro rapporto si basa su di un “contatto”, frequente, cercato da ambo le parti. Parlo di telefonate, sms, mail. No, nulla di ossessivo o viziato. Stiamo anche intere giornate senza scambiare una parola, quando ciò che dobbiamo portare avanti ci assorbe più di quanto vorremmo.

E’ il punto di partenza che è lo stesso. Non siamo solo amici “per uscire”, siamo amici per davvero. A me interessa la sua vita, quello che gli passa nella testa – anche se spesso, lo ammetto, mi viene difficile capirlo o decifrarlo: Gianni è tutto fuorché una persona prevedibile –, i problemi che eventualmente incontra. Mi interessa sapere se posso essergli d’aiuto, materialmente o moralmente; se gli accade qualcosa di bello, se i rapporti coi suoi familiari funzionano o meno, se lo studio lo appassiona o lo stanca. E così via.

Insomma, non voglio prendere in causa frasi fatte o la retorica, ma penso e credo di poter dire con tranquillità che chiunque abbia un vero amico sappia di cosa sto parlando.

Ma torniamo a monte. Quel pomeriggio Gianni aveva esordito così alla mia consueta domanda <<Ci sono news?>>.

<<Cosa intendi, più specificamente?>> chiesi io un po’ stranito.

<<La realtà fuori, quando il treno è in moto, scorre veloce. Perde nitidezza e diventa come una tavolozza di colori a tratti miscelati su di una tela infinita, che dura per tutto il viaggio, con qualche fermata qui e là. Ed è proprio su di essa che nascono i miei “ghirigori” di pensieri. Eppure sembrano tutti sensati, tutti utili, tutti – quasi – necessari.>>

<<E… questi “ghirigori” cosa riguardavano, se posso?>> domandai con titubanza. Gianni ha alcune “ombre”. Nel senso che spesso di alcuni argomenti, se non è lui stesso che si espone e vuole parlarne, è bene evitare di chiedere, poiché, al di là di una questione di riservatezza, significa soprattutto che ci si sta dirigendo verso un terreno molto delicato, o che lo coinvolge profondamente, o che addirittura lui stesso in un certo qual modo “teme”. Così l’esperienza ed il tempo di conoscenza mi ha portato, spesso, ad utilizzare in questi casi questo tipo di domande, se vogliamo, come di richiesta accesso alle “zone riservate agli addetti”. E, devo ammettere, che forse ho trovato una chiave di approccio verso di lui.

<<Principalmente due cose. La prima è proprio questo discorso del treno come ambiente che concilia la riflessione. Esattamente come ad esempio un monastero può conciliare la preghiera, od un letto il sonno. Se ci si sofferma – per quanto possibile, dato che si viene trascinati dietro da questi “vortici” di pensieri – ci si sbalordisce di come si possa arrivare da una parte all’altra, collegare discorsi che sembrano molto lontani e, ancor più sorprendente, ricordare cose remote o il quale ricordo stesso era andato consumandosi nel tempo.>>

<<Cos’hai ricordato che non ricordavi più? Scusa il gioco di parole…>> dissi concludendo la frase con un velo di ironia.

<<Mah… non è stato un ricordare cose nell’interezza, ma piuttosto nei dettagli. Insomma, quando mi accade mi chiedo: Come farei a fare a meno di questo dettaglio?. Ti faccio un esempio… Hai presente che spesso accade di collegare, forse per associazioni inconsce, dei fatti che fra loro non hanno nessuna connessione… Ecco. Più o meno mi succede questo, in treno. Tipo, ieri eravamo ad una delle fermate intermedie della tratta. Fuori ho visto passare un tizio su di una vespa bianca, modello vecchio. E mi è venuto in mente di quando ero piccolino, sì e no due anni e mezzo al massimo poiché abitavo ancora nella casa vecchia, e mio fratello aveva una moto identica, e mi prendeva spesso in braccio facendo finta di farmi guidare la sua vespa nel giardinetto. E mi sono sbalordito di come si possano ricordare cose – seppur non proprio nitidamente – di quando non si aveva nemmeno 3 anni, e non ricordarne altre di quando se ne aveva magari 8, 9 o 10.>>

<<Capisco… beh, è una bella cosa dai. Magari scrivitele da qualche parte, così non le dimentichi più.>>

<<Sì, infatti ci stavo proprio pensando, mentre poco fa stavo venendo qui in macchina… un altro luogo preferito per questo genere di “eventi”!>> concluse Gianni con una risata velata.

<<E’ vero! Quando sono in macchina spesso faccio più chilometri io con la mia testa che con il motore!>> controbattei.

Gianni ridacchiò di nuovo. Poi proseguendo, dissi:

<<…e invece la seconda cosa qual’era?>>

<<Beh, la seconda cosa non parte dalla storia sul treno. Il fatto che il treno è stato il posto dove poi ci ho riflettuto, per tutta la durata della tratta.>> rispose.

<<Ah… beh, spero sia stato qualcosa di piacevole!>> esclamai.

<<A dire il vero non direi, in un certo senso. E’ qualcosa di cui abbiamo già parlato qualche volta ma boh, sarà forse per il caso particolare di ieri sera, ma mi ha fatto effetto…>>

<<Mh… spiegati.>>

<<Ieri sera, mentre percorrevo la solita strada per andare in stazione a prendere il treno, come sempre sulla via ho incontrato un paio di senzatetto. Conosci anche tu quella strada, di fronte c’è la tisaneria dove ogni tanto andiamo se ci riusciamo a vedere in settimana…>>

<<Sì, ho presente…>> intercalai.

<<Ecco. Solitamente le persone sono sempre quelle. Ieri invece ce n’era uno che non avevo mai visto. Era un ragazzo, che a stento raggiungeva la trentina. Era inginocchiato per terra, da parte all’entrata di quel bar-gelateria dove spesso ti sei comprato la bottiglietta d’acqua in estate. Aveva addosso soltanto una maglia a manica lunga. Tremava come uan foglia e affannava per il freddo. Teneva coi pugni il cappellino, chiedendo offerte. Io ero di fretta, a minuti avevo il treno. L’ho guardato di sfuggita, ma mi ha preso una tristezza… enorme proprio. Avrei tanto voluto avere con me un maglione di quelli che magari non uso mai, o una berretta, qualcosa per coprirlo. Ok che non ci sono più quelle temperature da -10°C, ma fa comunque freddo! Non potendo fare nulla di tutto ciò, ho preso la moneta che avevo nel portafogli e gliel’ho messa nel cappellino. Mi ha fatto un sorriso… io ho contraccambiato, ma ti dico la verità – e lo sai che non è la prima volta –, avrei voluto abbracciarlo, o sedermi accanto a lui. Avevo un nodo allo stomaco… e questo poiè stato il pensiero che mi sono portato nel mio viaggio in treno…>>, e Gianni si interruppe, lasciando la frase in sospeso.

<<Direi che è una esperienza abbastanza “forte”, soprattutto per uno come te che è parecchio sensibile…>> dissi con un fil di voce.

<<Sì… forte è vedere qualcuno che sta tremando fortissimo dal freddo e ti sorride un sacco perché gli dai tre spiccioli in moneta. Forte era la voglia di fermarmi lì, di dargli di che coprirsi… e non lasciarlo da solo. Mi sono sentito un po’, come dire, in colpa e impotente per questo. E’ brutto vedere che tu non sei nulla di più di lui, ne sei consapevole, ma la realtà, la società e certi meccanismi indipendenti da te ti portano comunque su un piano diverso dal suo. Questo è “forte”! E ingiusto, soprattutto.>>

Non osai aprire bocca. Pochi istanti dopo Gianni continuò:

<<Come sai non è la prima volta che vengo colto da questo desiderio di avvicinarmi a persone così. Mi chiedo come sia la vita vista dal loro punto di vista. Da seduti per terra, mentre fa freddo, non hai da mangiare, dove dormire o, com’è successo ieri, non hai nulla da metterti addosso e tremi… e il 99,9% della gente ti passa davanti senza guardarti nemmeno. Io diffido del fatto che gente come quel ragazzo abbia anche solo l’idea di provare invidia per uno solo di quel 99,9%. Nei suoi occhi vedevo più che tutto paura del freddo, e voglia di piangere, forse.>>

<<Ma se senti di volerti in qualche modo avvicinare… perché non lo fai?>> provocai.

<<Perché ho sempre un treno che mi aspetta nel momento sbagliato. Ed è strano, se penso che, proverbialmente, si dice che i treni passano una volta sola. Ad ogni modo, voglio farlo, e so che lo farò. Chi lo sa… forse il vero treno non è quello della stazione, allora, ma quello inginocchiato, fuori dal bar. Un treno che non parte, che non arriva e che non torna. Un treno che però si ferma. Un treno che non è un treno, ma se mai è più una sala d’aspetto. Che dici, magari anche lì potrei ritrovarmi lo stesso a perdermi in quei “ghirigori”… no?>>

Il Volto del Sole

‘Chissà se verrà mai il mio momento!..?’

E’ un rubinetto che perde, da tanto tempo. Che sia musica, altri progetti, rapporti interpersonali o con me stesso, tutti hanno bene o male l’impronta di questo punto interrogativo addosso.

Negli anni ho visto gente migliorare fino a oltrepassare il punto nel quale mi trovavo, mentre io, come un chiodo, lì. Fermo, tra la retrocessione e l’oscillazione, avanti e indietro invisibilmente. Ho visto gente giungermi vicina da lontano, e poi lentamente oltrepassare il punto nel quale ci eravamo incontrati, o prendere altre strade, abbandonarmi. Ho visto le mie dita assorbire e perdere, sciogliersi e irrigidirsi due volte peggio. Una cisti crescermi in un polso, una pioggia di contratture firmamentarmi la schiena e le spalle.

Ho visto colare tanto sudore, insieme a tanta ‘pace’ e salute, e abbandonarmi con esso, su di un asciugamano o sotto una doccia. Ho visto prendere l’impegno di 4 anni e scansarlo via come se fosse residuo di gomma da cancellare da parte di persone che dell’impegno altrui dovrebbero vivere. Ho visto togliermi il tempo di mano, e poi sfuggirmi di mano, come sapone, fino a divenire bolle iridescenti volteggianti troppo in alto, talmente su che nemmeno con tutta la forza che avevo per saltare riuscivo a tenerne una che fosse una con me. Ho visto diventare obsoleti due calendari nell’atarassia, nella staticità granitica di un aberrante capolavoro di sembianze umane, io. Bloccato, fermo e ammutolito. Ho vissuto nella pietra soffrendo al di sotto di essa, e per quanto potessi piangere, sputare o urlare, la suddetta pietra non si ammorbidiva mai.

Ho preso a scrivere per nessuno, come sempre. E quanto più mi sono convinto che era per nessuno, più ho destato l’attenzione e la compassione degli altri. Ma io non volevo né l’una né l’altra. Mi sono ritrovato fra artisti diversi da me, e tali rimarranno fino alla fine. Ho visto elogiare ciò che per me è quasi ‘parlare senza stile’. Ho visto emozione negli occhi di coloro che non volevo emozionare, e freddezza e distacco in quei pochi occhi che avrei raccolto la rugiada con le dita pur di farli brillare almeno un po’. Ho ricevuto abbracci indesiderati, e dato abbracci indesiderati. Ho ricevuto baci di voglia in cambio di baci d’affetto. Ho imparato da chi non sapeva di insegnare, e mi sono trovato a litigare e contraddire chi era designato per aiutarmi a tracciare una strada nella sabbia.

Ho taciuto ciò che avrei detto, ho detto ciò che non pensavo per cessare di sentire continuamente api e vespe ronzare. Ho ingoiato rospi per poi ammalarmi e vomitare il doppio delle rane. Ho abbassato gli occhi dallo sdegno, ed ho guardato in faccia ciò per cui darei la vita, per quanto distante, difficile e come irraggiungibile. Con tutta la consapevole rischiosità di rimanere bruciati.

Perchè il sole scalda, ma se lo guardi ti acceca.

Ma ciononostante, nonostante di tanti semi lanciati nel terreno buono nessuno sia ancora cresciuto, nonostante di un raccolto fiorente e lontano nel tempo ne ricordi più che tutto un enorme coltre di ceneri.. io aspetto. Questo treno prima o poi partirà per la sua destinazione.

Ed una volta lì, una volta accecato, non avrò più occhi per guardare, per illudermi di illuminarne altri, per sperare di vedere premiati gli impegni presi a calci: avrò più udito per percepire e ascoltare, più tatto per sentire e carezzare, olfatto per inseguire e ricordare.

E voce per raccontare cosa vedrò da accecato.

Ed un cuore, per portare con me il volto del sole.