Quando il letto sfatto diventa quasi una "battaglia politica"

[Questa volta non scriverò un articolo di musica, non pubblicherò foto o recensioni di un concerto. Ho viglia di scrivere di qualcosa di molto meno importante ed “elevato”, ma che ho notato crescere, se non di importanza, quanto meno di volte in cui l’argomento si propone, tanto che mi sono ritrovato a rifletterci su. Ovviamente, con una vena ironica di fondo. Ecco il panegirico che ne è uscito:]
Rifare il letto, o meglio dover rifare il letto, è qualcosa che mi ha sempre reso insofferente. Vengo da una famiglia in cui certe mansioni di casa sono viste quasi come imperative, irrinunciabili al limite del venire prima delle persone stesse, ed una di queste è proprio il fatto che il letto sembri debba risultare rifatto al massimo per l’ora di pranzo. Dopo, sarebbe come un sacrilegio, un’offesa, una cosa quasi indegna. Ho visto mio padre non avere requia senza aver prima terminato ogni cosa che debba essere fatta prima. Addirittura, li ho visti dormire male, agitarsi, vivere male una giornata. Ma si può?!
Che sia per il fatto che di mio sono -molto!- difficile a farmi comandare, che sia perché odio -peggio!- essere interrotto mentre sto facendo qualcosa che mi prende parecchio (suonare/studiare, scrivere o ascoltare musica, leggere, meditare; ma a volte anche assai meno importanti, come quelle rare, rarissime volte in cui accendo la tv o mi siedo sul divano -entrambi oggetti completamente monopolizzati dai miei genitori), o per qualunque altro motivo, ma non riesco ad essere d’accordo. Visceralmente, dico, mi viene da oppormi: sbuffo, alzo gli occhi al cielo, insomma faccio un po’ di teatro, involontariamente. Dentro di me, la figura di un patetico attore da palcoscenico in una scena di disperazione e pianto, o peggio un operista in un’aria di follia.
Trovo inutile, se la guardo un po’ da lontano, la mansione del rifare il letto. Ogni santo giorno. Quando, poi, dodici-quattordici ore dopo lo si disfa nuovamente, per dormirci. E anche un po’ stupido. Mi sta benissimo aprire la finestra e cambiare aria, ci mancherebbe (un quarto d’ora, non due ore come fa mio padre, che in pieno inverno quando poi torni in camera è già buono se non ti prendi un accidente o una dissenteria fulminante!), ma perché essere condizionati in quel modo, o sentirsi in dovere di rifarlo per forza, tanto che se si esce per delle commissioni senza averlo fatto si resti inverso? Cioè…?!
A volte mi sorprende l’essere così lontano e diverso dalle idee della mia famiglia. Mi sento un figlio adottato, o allevato da qualcun altro. Boh?! So che sto scrivendo di un argomento abbastanza superficiale o comunque non importante, ma il numero di volte in cui in questa casa si presenta la polemica a riguardo mi lascia basito, e anche velatamente divertito (nonché un po’ stressato, ma vabbé…). Penso alla reazione smodata di mio padre, quando mi capita di sedermi sul letto rifatto per legarmi le scarpe o cambiarmi i vestiti: l’equivalente della distruzione di una parete della casa. Così, dopo lo sbotto, vado oltre e rifletto… Il fatto è che trovo la camera da letto il luogo in cui una persona possa e abbia bisogno di sentirsi a più agio possibile, e nel quale non debba fare attenzione a tutto ciò che tocca, ciò che sposta o lascia in giro. Un angolo nel quale può lasciarsi andare e stare in tranquillità, non dove cercare di coesistere a un asettico ordine forzato.
Ecco perché, qualora riuscissi nel prossimo futuro a creare una mia casa, un mio luogo dove stare, la camera da letto sarà sacra. Ma non per l’ordine. Non per il letto sempre rifatto. Voglio un letto a due piazze dove non preoccuparmi di quanto mi muovo nel sonno, e che posso lasciare sfatto per dare energie ed attenzione a qualcosa a mio avviso più importante, più utile o coinvolgente. Non è una questione di igiene o di pulizia, ci mancherebbe, è più un voler eliminare faccende inutili che hanno assunto per consuetudine il carattere dell’obbligo.
C’è sempre tempo per dedicarsi a questioni veramente inutili. Il letto, per me, è una di queste. Al contrario, ce n’è sempre meno per le cose importanti, per le quali esso sembra correre al doppio della velocità, prendendoci quasi gusto. Ho già perso -non proprio per mia scelta, anzi- tanto tempo quando ero più giovane, sottostando sempre a certe imposizioni. Vorrei poter vivere a modo mio, anche sbagliando, anche scordandomi di qualcosa e rimettendoci se serve; ma con le mie priorità, le mie cose importanti, le mie scelte e i miei valori. Sicuramente terrei il letto sfatto quasi perennemente, specialmente qualora invitassi i miei genitori a vedere il mio appartamento!
A presto,
Andrew
Annunci

Articolo di "Zona News" sul concerto finale della masterclass con Irene Veneziano

Ringraziando la Sig.ra Carla Pastormerlo, direttrice dell’Accademia Marziali di Seveso, per la condivisione, pubblico la fotografia di un articolo edito da “Zona News”, riguardo al concerto conclusivo della masterclass con Irene Veneziano, lo scorso 10 Dicembre: 

A presto!
Andrew

Sulla masterclass con Irene Veneziano (12 Novembre-10 Dicembre 2017)

Come avevo accennato nel breve articolo sul concerto di chiusura, ho partecipato -dopo qualche anno che, ahimé, non lo facevo più- ad una breve masterclass di pianoforte della cara amica e collega Irene Veneziano, ottima pianista che ho visto emergere sempre più dai tempi della Chopin Competition del 2010. 
[La nostra conoscenza è stata abbastanza casuale, dopo un suo concerto verso la fine dello stesso anno, a Monza, nel quale, insieme ad un altro bravo pianista, Ivan Donchev, eseguiva i due Concerti per pianoforte ed orchestra dello stesso Chopin nelle versioni con orchestra d’archi. Lì non ebbi occasione di parlarci, ero in treno e troppa era la gente presente per poter riuscire a raggiungerla e salutarla. Dovetti aspettare qualche settimana, a Morbegno, nel festival dell’amico Michele Montemurro, ed è stato da subito un incontro pieno di allegria.
L’anno successivo partecipai ad una sua masterclass (anche questa scoperta casualmente su Facebook) a Cutigliano, nelle colline pistoiesi; quindi, dal 2012 al 2014, alle sue master a Santa Margherita Ligure. In tutte queste esperienze ho avuto modo di comprendere tante cose su come studiare, questioni posturali, di utilizzo degli arti e del peso, e soprattutto del “gesto”, come qualcosa di finalizzato al suono e tramite esecutivo di aspetti non solo tecnici ma anche musicali.]
Tornando a monte, domenica scorsa, 10 dicembre, ha avuto luogo il concerto finale, dopo le ultime lezioni, nel quale, come già anticipato, ho eseguito la Sonata in Si minore Hob.XVI: 32, di Haydn. Nonostante la neve, c’era un buon numero di persone ad ascoltare. 
L’ambiente è molto carino: l’Accademia Marziali di Seveso ha un buon pianoforte lì. Il clima era piuttosto disteso e sereno, coeso. L’atmosfera piacevole ed Irene stesso, nel ruolo di “annunciatrice-presentatrice” è stata molto simpatica, professionale, togliendo dall’occasione una possibile aria troppo seriosa senza che essa apparisse banalizzata. 
E’ stato emozionante per me, anche perché non eseguivo nulla in pubblico da Luglio (e, soprattutto, non eseguivo brani a memoria preparati in così poco tempo!). Ho una volta di più compreso quanto sia utile ed importante per noi musicisti esibirci spesso in pubblico, non solo come sfoggio di bravure, ma come occasione formativa su vari aspetti, che vanno dalla mera gestione dell’emotività al confronto delle proprie peculiarità, alla condivisione del proprio lavoro e anche come coronamento di una fase di studio, intensa o meno che essa sia.
Prima di lasciare qualche fotografia vorrei ringraziare Irene per la sua professionalità, amicizia e simpatia. Per la sua serenità e il suo non farti mai sentire “meno”. Gli altri corsisti che, nonostante ci sia visti soltanto di sfroso e in due soli giorni, c’è stato un bel clima di simpatia senza vene competitive.
Inoltre, ringrazio sentitamente l’Accademia Marziali di Seveso, ottimo ambiente ben organizzato: in particolare, la Sig.ra Carla Pastormerlo, organizzatrice di tutto l’aspetto “tecnico” (orari di lezioni, raccolta iscrizioni, pagamenti, risposta a richieste di vario genere sempre con estrema cortesia), e Lisa Vergani, pianista e docente di pianoforte sempre presente, simpatica e disponibile, con ben 4 allievi presenti. E’ stato un piacere conoscervi. E speriamo di avere future altre occasioni di organizzazione e collaborazione!
Ecco gli scatti che ho ricevuto da amici e dalla stessa Accademia:

A presto, spero!
Andrew

Su "Peter Camenzind" (Hermann Hesse)

Fra i libri che acciuffai al mercatino di Imbersago lo scorso Ottobre, c’era Peter Camenzind, di Hermann Hesse. Ammetto che, fino a quel giorno, non sapevo nemmeno che questo romanzo esistesse; e ammetto anche di averlo acquistato perché si trovava fra le offerte a 1/2 euro, e di essere rimasto più attratto dalla breve trama sul retro e dalla copertina che da altro. Infatti, una volta portato a casa, l’ho lasciato a sonnecchiare un po’ -feci in tempo a concludere le Confessioni di un oppiomane di De Quincey, iniziare La Metamorfosi di Kafka e Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij, i quali tuttora sono lì mezzi addormentati sul comodino- prima di cominciare, con poca convinzione la lettura.
Come mi sbagliavo! Sin dalle prime venti pagine, i tratti burberi e scontrosi, ma pieni di sensibilità e dolcezza, di questo ragazzo montano mi hanno rapito. Sembrava quasi di poterlo vedere, come se fosse vicino o aleggiasse intorno. Sono rimasto coinvolto nei suoi tormenti di adolescente con una certa vaga melanconia, o forse empatia; ho partecipato, inoltre, alle sue avventure: spesso mi veniva addirittura da incitarlo o consigliarlo… insomma, mi sono lasciato prendere piacevolmente da questo breve romanzo (tant’è che l’ho finito in tre settimane scarse, leggendolo prima di dormire) così fresco, scorrevole e mai pedante. A tratti mi sono ritrovato simile in sue esperienze, oppure ad aver vissuto esattamente come Peter talune circostanze, oppure ancora a rivedere alcune mie avventure o momenti passati con gli spunti che traevo dai suoi frequenti colloqui con se stesso.
Ho amato, e letto più volte la poetica di Hermann Hesse. Pur non conoscendo affatto il tedesco, nelle traduzioni trovavo metafore, similitudini, visioni di grande effetto. Trasudava passionalità, fervore, desiderio. Meno sfrenato di De Quincey, meno misurato di Mann, meno “flautato e pastello” di Proust, eppure tanto vissuto, e tanto capace di trasferire nel lettore i tumulti, le sensazioni, a tratti le ipnosi.
Non voglio stilare una pseudo-recensione del libro, quanto, piuttosto, lasciare qualche spizzico e boccone sui momenti più belli dello stesso. 
Prima fra tutti, la descrizione dell’immagine del padre, uomo beone e violento, praticamente anaffettivo verso il figlio: lo stesso Peter non si risparmia quando ammettere di aver preso parecchie botte durante la giovinezza, ma non ne ha mai capito né saputo le ragioni. Quindi la figura della madre, donna apparentemente fredda e molto “pragmatica”, e la precoce perdita della stessa, vissuta dal protagonista senza previsioni né vere disperazioni (forse, però, con un ingoio enorme, e un amaro di disarmo ed impotenza) una mattina, mentre il padre era nello stesso letto, al fianco di lei, addormentato, senza accorgersi dell’agonia della consorte. Le parole con cui Hesse descrive l’agonia sobria ma evidente della madre, e il progressivo abbandono della vita sono molto toccanti. 
Subito dopo, la figura dell’amico Richard: momento alto del romanzo, in cui si incontrano gli ambienti “alti e bassi”: la mansarda polverosa ed essenziale di Peter e l’appartamento meraviglioso dell’amico pianista; il carattere grezzo, cupo, un po’ misantropo ma poetico dell’uno e la giocosa innocenza e la farfalloneria dell’altro, che non manca di stimolarlo e di invaderlo dolcemente nella sua insita ritrosia; il viaggio insieme in Italia, prima della loro separazione, a conclusione degli anni di studi -sempre costellati dalla fame di lettura e dal lavoro di recensore e articolista per qualche giornale locale- ed il passaggio nelle zone Umbre.
Gli amori, non da meno, costituiscono un capitolo importante. Richard stesso (e non solo) sembra essere parte di essi, pur non essendoci mai un’effettiva relazione amorosa, quanto semmai un’amicizia profonda, intima e calorosa. 
Le donne amate da Peter Camenzind, senza mai avere da esse corresponsione, sono tre: una ragazza, di nome Rose, amore giovanile vissuto segretamente dal protagonista ancora fra le pareti delle sue vallate natie; una pittrice, Erminia, la quale gli confesserà di essere innamorata di un uomo che non la considera proprio in un incontro romantico, sul lago, nel quale egli si era convinto a dichiararle il suo amore; l’ultima, Elisabeth, una bella donna di rango medio-alto, frequentatrice di salotti letterari ed artistici, con la quale avrà una breve relazione, interrotta da lui prima che questa prenda una piega troppo seria ed “impegnata”: infatti Elisabeth, successivamente, sceglierà di sposarsi con un altro uomo, e Peter le resterà sempre fedele amico, pur nutrendo ancora un forte innamoramento.
Infine, la figura di Boppi, che diviene centrale, ed ultima, profonda tematica del romanzo, prima della conclusione. Uomo storpio dalla nascita, fratello della moglie di un falegname col quale Peter stringe un’ottima amicizia, inizialmente suscita agli occhi di quest’ultimo una sorta di impressione, per poi trasformarsi in un rapporto tanto fraterno da ricordare quella con Richard, ma vissuto in età adulta. Tanto che Peter deciderà, di fronte alle ire e ai fastidi dell’amico falegname che non vuole mantenere Boppi in casa, di assumere le cure e la responsabilità di quest’ultimo, portandolo a vivere con sé e restandogli a fianco fino agli ultimi attimi di vita.
Insomma, guardando il libro da una certa “distanza”, la figura di Peter (traslazione dello stesso Hesse) sembra essere quella di un’anima costretta, per una sorta di destino, ad assistere al contatto con l’amore degli altri quanto con la perdita di essi o dello stesso amore. Ciclicamente, egli si trova in alto alle onde, sereno e spensierato, appassionato e poeta senza reale contatto con il terreno, e subito dopo piombato nel più profondo crepaccio dell’anima, tortuoso, sanguinante e dolente. Le donne amate, Richard, la madre, Boppi sono persone cardine, che riportano il protagonista alla “vecchia crepa” del bisogno di essere amato (visto che, dato il distacco insito nel carattere materno, e la violenza inspiegabile di quello paterno, egli non conosce bene la sensazione di essere amato) e delle cose semplici ma fondamentali della vita. L’amore altrui ferma -o quanto meno “rilassa”- la sua sete di conoscenza, di andare sempre a fondo e di conoscere il mondo, di percorrere a piedi infinite distanze e di sciogliere l’anima nell’ebbrezza data dal vino, abitudine che Peter eredita dritta dritta dal padre. 
E tutto ciò attira il lettore, lo inchioda alle pagine, creando empatia verso il protagonista, rievocando giovinezze, adolescenze, fulgori e pathos, amori non corrisposti… esperienze nelle quali, forse, a ben guardare, possiamo somigliarci proprio in quanto umani.
La conclusione è una sorta di ritorno all’ovile, dopo aver sondato terre altre, aver incontrato genti diverse, lasciato stancare l’anima su strade infinite e multiformi. L’occhio di un ragazzino cresciuto e fattosi uomo, con un mutato senso dell’amore e della vita stessa, nonché un nuovo sguardo sulle proprie origini, che, però, lascia così, un po’ incompleti: come se questa sorta di diario di vita di Peter Camenzind non trovi ancora pace né fine, come se il suo poema tanto progettato ma mai scritto lo si aspettasse ancora; poiché alcune aspirazioni e sogni non hanno ancora trovato realtà o fine, e restituiscono l’idea di un proseguimento non scritto, del quale siamo tuttora in attesa.
Andrew

Concerto finale della masterclass pianistica con Irene Veneziano

Il prossimo 10 Dicembre 2017, domenica per l’esattezza, presso l’Accademia Marziali di Seveso ci sarà il concerto conclusivo della masterclass di pianoforte di due giorni tenuta da Irene Veneziano il 12 Novembre scorso e, appunto, il 10 Dicembre.
Erano anni che non partecipavo a una sua masterclass, dai tempi di quelle estive di Santa Margherita Ligure, ed è stato emozionante e divertente -oltre che ovviamente interessante ed utile- rivedersi dopo qualche anno. Mi attende ancora la seconda lezione, ma volevo condividere con voi questo manifesto riguardante il concerto finale, nel quale io suonerò la Sonata Hob.XVI: 32 in Si minore, di Franz Joseph Haydn (volevo suonare la Ballata Op.38 di Chopin, ma non ho avuto ahimé sufficiente tempo per prepararla come avrei voluto -la Sonata di Haydn, peraltro, l’ho costruita in tre settimane, perciò sarà anche quello un bel esperimento pubblico!):
Vi aspetto!
Andrew