Su "Confessioni di un oppiomane" (Thomas De Quincey)

Torno a “recensire” una lettura, fresca fresca. Ho acquistato questo piccolo libro di Thomas De Quincey (il quale comprende anche altre opere più brevi, come “Suspiria de profundis” o “La diligenza inglese”) sempre al mercatino dell’usato e dell’antiquariato di Imbersago, domenica scorsa, e l’ho praticamente divorato; in meno di 7 giorni, se penso che in un paio di questi non ho avuto la possibilità di leggere prima di dormire, perché era già tardi -o, semplicemente, morivo di sonno.
Sin dalle prime righe mi sono sentito inghiottito dal modo di scrivere e di esprimersi dell’autore; che, per quanto assai meno “poetico ed a modo”, a me ricorda non poco -chissà perché?- quello di Proust, nella “Recherche”: sentito ed appassionato, libero e sciolto come un nastro, erudito ma focoso, spontaneo e fluido. 
Spero di non azzardare troppo con questa affermazione. De Quincey non si lascia sfuggire termini più “diretti”, il suo procedere è senza freni inibitori: una completa sincerità, svergognata, anche negli argomenti più torbidi o dei quali si percepisce il non andarne fiero, senza per questo scadere nella sboccatezza gratuita (da questo si sente come Thomas fosse uno studioso: era considerato un grecista sensazionale, tale da superare alcuni suoi stessi docenti). Proust, diversamente, nonostante trasmetta benissimo le sue sensazioni, è sempre un po’ più riservato e “non del tutto espresso”: l’immagine che ho, è quella di starsene un po’ come seduti all’ombra morbida ed aromatica di un albero di limoni, osservando la vicenda svolgersi su di una spiaggia assolata ma non proprio a due passi da noi.
Non manca, nelle “Confessioni di un oppiomane”, anche l’elemento “confusionario” o contraddittorio. Anzi, questo non fa che rincarare quel senso stesso di sincerità e di schiettezza voluto dall’autore sin dalle anticipazioni -ma riscontrabile anche nella post-fazione- al volume. Un oppiomane che non si nasconde, ma va quasi fiero di esserlo. Che non antepone banali perbenismi o colletti inamidati. Egli sa di navigare nel mare nero dell’oppio; sa dei suoi effetti positivi e negativi, delle visioni tanto quanto della sensazione di pace; dell’alterazione che subiscono il trascorrere del tempo, gli oggetti, i ricordi, le strade percorse. 
E di questo status “altro” De Quincey quasi si compiace; anche quando, dall’uso misurato e disciplinato dell’oppio -tanto da scegliere, per il consumo, sempre il martedì o il sabato, giorni nei quali va all’Opera ad ascoltare una cantante favorita- passa alla totale dipendenza, a quell’assunzione incontrollata, che rende complici i suoi momenti di inettitudine, i suoi sogni orientaleggianti ed inquietanti (nonché del tentato suicidio della moglie, estenuata da un uomo così ingestibile e ben oltre le righe) e i suoi risvegli in lacrime, alla vista improvvisa dei suoi figli.
L’autore sostiene di voler sfatare il mito che l’oppio sia meramente ed unicamente “distruttivo”: da esperto quale è, si sente in dovere -ed in diritto- di saggiarci delle sue esperienze, e di conseguenza di chiarire quali siano effettivamente gli effetti del laudano. Desidera debellare la consuetudine medica -pur ammettendo la sua non poca ignoranza sull’argomento- per rimpiazzarla con la verità del “drogato” dipendente (e come dargli torto? In un certo senso, non si può parlar di ciò che non si conosce…) che ne è quasi del tutto uscito. Perché, contrariamente all’aspettativa che crea nel lettore prima della post-fazione, De Quincey non ne esce completamente, ma ne riduce enormemente l’abuso. Arriva a passare 90 ore senza oppio, ma gli effetti devastanti sul suo stomaco -complice, probabilmente, anche l’enorme fame patita in giovinezza, la quale, ben prima dell’oppio, gli procurava fortissimi bruciori gastrici- lo inducono a ricorrere al “rimedio malsano” che, quanto meno, sembra anestetizzarlo da questi patimenti.
La conclusione è una nota di speranza verso coloro che, come lui, sono più o meno dipendenti dall’assunzione di oppio: non testimonia che si possa uscirne, ma si sente di ipotizzarlo con una certa convinzione. Riferisce ad assuntori meno esagerati di lui, che potrebbero magari resistere agli effetti collaterali della disintossicazione. Parla ancora dei suoi sogni assurdi che, nonostante siano passati dei mesi, ancora lo assillano (seppur più debolmente, parallelamente alla quantità drasticamente inferiore di laudano ingerita).
La conclusione lascia, infine, un forte senso di aspettativa: egli stesso sostiene che questo saggio potrebbe e sarebbe potuto essere ben più esteso e dettagliato. Quando fu steso per le pubblicazioni -ovvero la seconda volta, poiché la prima fu scritta per una pubblicazione periodica, per la quale aveva uno spazio ridotto- il suo stato di salute non era tale da poterlo implementare ulteriormente, pertanto si preoccupò solamente (e nemmeno del tutto) di rivederne le bozze di stampa.
Eccoci di fronte, di fatto, ad un excursus senza vero traguardo. Conviene, allora, sederci ed assaporare (quasi fossimo noi sotto effetto dell’oppio, questa volta) il gusto piccante e mai nauseabondo dell’indeterminatezza, immaginando chissà quali altri episodi, quali altre vie di Londra di notte, quali altri amori svaniti, quali altre colline o quali altri sogni l’autore avrà conosciuto, senza mai potercene assicurare davvero.
Andrew
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Letture dimenticate (ovvero: su "La Morte a Venezia" di Thomas Mann)

Certi libri, magari brevi, che si leggono in estate ricordano i classici “amori” adolescenziali che nascono nella stessa stagione: finiscono presto e ce ne si dimentica con la stessa rapidità.
Mea culpa!, mi dico sorridendo. Perché “La Morte a Venezia”, per quanto non sia un romanzo di ampio respiro, non è affatto una lettura di poco significato. Ecco, quindi, che mi sovviene un altro dettaglio: sembra quasi che, ultimamente, mi stia facendo amico Thomas Mann. Quando stavo ricominciando a leggere “Doctor Faustus” nemmeno ci avevo fatto caso. Me ne sono accorto soltanto la scorsa domenica, al mercatino di Imbersago, quando, fra i libri usati che ho scelto di comprare ce ne erano ben due altri dello stesso scrittore, dedicati prevalentemente ai racconti.
Tornando alla Morte a Venezia, a suo tempo lo scelsi perché ne avevo sentito parlare (o almeno non mi era nuovo il titolo), e perché, sostanzialmente, sono almeno due anni che vorrei concedermi una vacanza per visitare la città lagunare -che non ho mai vista, ahimé- ma non mi è ancora stato possibile.
La trama del racconto/romanzo breve narra gli ultimi momenti della vita dell’artista Gustav von Aschenbach, “appesi” totalmente -e drammaticamente- alla figura di Tadzio, un ragazzino polacco dai tratti efebi e soffusi. Aschenbach, recatosi a Venezia nella speranza di trovare un luogo salubre nel quale riposarsi dai suoi sforzi creativi -una creatività rigorosa, disciplinata quasi al limite, che non si concede deroghe- si imbatte in una città sempre più assalita dal virus del colera, che nemmeno a lui lascerà scampo. Egli, dopo un sogno caratterizzato da esperienze orgiastiche e dionisiache, si riconosce sempre più sedotto dalla bellezza di Tadzio e prigioniero del desiderio sessuale di lui. Ecco, quindi, che si imbatte prima in scambi di sguardi sempre più insistenti, e poi in inseguimenti e pedinamenti per gli infiniti vicoli della città, in bilico tra la totale perdita del dominio di sé ed il pendere dai movimenti del ragazzo, con lo sgomento di come ciò possa accadere ad un uomo dalla tempra e dall’onore come i suoi. Alla fine, estenuato dalla malattia -della quale non sembra curarsi, incatenato com’è alla sua brama- si accascia e muore sul lido, dedicando gli ultimi sguardi al suo adorato Tadzio (il quale, a sua volta si stava dirigendo in acqua dopo un litigio con gli amici), immaginandosi in un altrove nell’intento di raggiungerlo.
Ancora una volta, troviamo nello scrivere di Mann il suo lato omosessuale sempre “represso” e dolorosamente vissuto. Inoltre, così come per la figura di Adrian in “Doctor Faustus” egli si ispirò, per il lato estetico, ai tratti di un vecchio amore non corrisposto, ed alla descrizione della musica -dichiaratamente, e con tanto di post a conclusione del romanzo- allo stile dodecafonico di Schoenberg, per von Aschenbach sembra si sia ispirato duplicemente alla figura di Gustav Mahler (del quale condivide il nome) ed al poeta August Von Platen, il quale venne a Siracusa per turismo sessuale e lì morì di colera.
Lo stile narrativo è inconfondibile, con le sue frasi articolate, con vocaboli spesso ricercati e approfondimenti nonostante la brevità. E’, comunque, una sorta di novella che si lascia leggere piacevolmente, forse più passionale e istintiva anche del “Faustus”, nella quale dominio di sé e impossibilità di frenare le proprie pulsioni anche più “vergognose” fuoriescono senza tanti fronzoli; Aschenbach è il prototipo della persona che si riconosce in un certo modo, ma che esperienze altre lo porteranno a cambiare idea e a sondare nuove profondità del proprio io.
Il ritmo è avvincente, meno frastagliato o “affaticato” del solito Mann, il quale si concede meno spazio a dispersioni e specificazioni, meno possibilità di perdersi in sentieri secondari. Ancora una volta, ma senza per questo apparire meno interessante, la figura della perdizione del sé di un artista, che sembra estirparsi dall’epoca romantica e trapiantarsi ad un contesto storico più vicino ai nostri giorni. Come per dirci che certe inclinazioni umane non finiscono mai di indurci a fare i conti con noi stessi; o come per ricordarci che ognuno di noi si conosce alla perfezione, ma soltanto fino a che non approccia ad un mondo o ad esperienze fino ad allora mai vissute, le quali possono stravolgere se non addirittura ribaltare l’idea che di noi ci si era data ormai per “assodata”.
Lettura consigliata, almeno secondo il mio modesto parere.
Curioso anche che, da quando ho ripreso il “Faustus”, sia finito apparentemente (?) involontariamente (?) a cercare altri suoi libri, altri suoi racconti, altri suoi scritti.
A presto!
Andrew

Sul "Doctor Faustus" (Thomas Mann)

Agli inizi dello scorso Settembre ho ripreso fra le mani un libro che avevo abbandonato quasi dieci anni fa, più precisamente nell’Aprile del 2008, a sole 150 pagine dalla fine -su quasi 600 totali, ovvero il celebre “Doctor Faustus” del noto romanziere e scrittore Thomas Mann.
Le ragioni per le quali lo avevo abbandonato per mesi sul comodino e, una volta gettata la spugna del tutto, tentennato, spolverato e quindi rimesso in libreria, erano molteplici. Ma, una su tutte, era la sua eccessiva -almeno ai miei occhi- dispersione in contestualizzazioni storiche, che non raramente erano sempre le medesime: il periodo storico della seconda guerra mondiale, con Fürer annesso, e le varie battaglie che la sua amata Germania sostenne in quegli anni bui.
Più che tenuto con la tensione alta, mi sentivo spesso allontanato dal focus, messo in stand-by. E questa non vuole essere né una critica aspra e “facile”, né tanto meno una sminuita superficiale dell’autore, ma una sincera ammissione di mie sensazioni, o forse anche meglio di miei limiti ed insofferenze, probabilmente auto-inflittemi dalle aspettative che nutrivo dopo aver letto alcuni passi focali del volume.
La storia, ambientata -appunto- in una Germania nazista, mette al centro la figura di Adrian Leverkühn, migliore amico d’infanzia dell’autore, il quale si cala nei panni di un letterato a nome Serenus Zeitblom. Adrian è il tipico bambino -e poi ragazzo- dalla mente prodigiosa, al quale nulla sfugge di alcuna disciplina; il perfetto intellettuale e filosofo, filoteologo e amante dell’arte. La facilità del suo apprendimento è più volte narrata, così come la noia, velata di superbia, che lo coglie puntualmente a metà delle lezioni. E’, altresì, un bambino perennemente vittima di una forte e disturbante forma di emicrania, tanto da ridurlo a letto ed al buio non di rado.
Questi elementi ne tracciano una fisionomia flebile ma algida e distaccata, o meglio inavvicinabile. Ammirato, ma non ammiratore. Amato, ma non amabile. Quasi venerato dagli amici o dai compagni di studi, ma dei quali lui, diversamente, non sembra curarsi affatto se non durante le loro disquisizioni filosofiche e teologiche. La sensibilità di Adrian è totalmente interiore ed interiorizzata, come cacciata sul fondo di una cripta invisibile a tutti, ma che fuoriesce soltanto in piccole circostanze (commoventi le pagine dedicate al bimbo chiamato “Echo”, del quale egli fa da zio paziente e dispensando coccole, storielle e passeggiate).
Senza stare a descrivere tutto il libro, fondamentalmente Mann sceglie la figura di Adrian come riflesso di una Germania tronfia che, a causa di se stessa, giungerà all’autodistruzione. Infatti, il protagonista, a metà dell’opera, si troverà davanti la figura di Mefistofele, il quale lo porterà a prendere coscienza della sua fascinazione per il demonio, adombrata dalla scusa degli studi teologici e matematici; della sua noia superba, la quale cela un piedistallo radicato nella consapevolezza di apprendere più rapidamente del normale. A lui Adrian venderà l’anima in cambio del successo sicuro e del genio compositivo: perché soltanto lo studio della musica lo porterà in un luogo ove non è tutto “finito”, e quindi placherà la sua sete -o meglio, la trasformerà in una continua “tensione drammaticamente assetata”- di conoscenza e di “andare a fondo”, con il destino, però, segnato e già condannato.
Le pagine indubbiamente più febbricitanti ed emozionanti corrispondono ai momenti in cui il narratore trascrive in toto il dialogo fra il musicista ed il diavolo, e quello in cui il primo giunge agli ultimi momenti prima che la sua anima venga dannata.
Il dialogo fra Adrian e Mefistofele parte in modo classico, con quest’ultimo che cerca di fare “l’affare” con l’anima del protagonista; ma, successivamente, divaga e diviene una disquisizione quasi filosofica sul male, sull’inferno, su Adrian stesso: il diavolo sembra quasi uno psicanalista, nonostante i tratti volutamente tentatori e “commerciali”, nel fine di attrarre a sé il talentuoso ragazzo.
Le pagine dedicate agli ultimi momenti di un Adrian “presente e vivo” sono sconcertanti, in un continuum di crescente fibrillazione. Egli, terminata la sua ultima composizione -ovvero Lamentatio Doctoris Faustis, dichiarazione del suo patto col diavolo, organizza un grande incontro con amici, colleghi e persone corollario dei suoi anni di musica e successi -insolito per un solitario distaccato come lui, ed infatti non poche persone restano sorprese. Le fa accomodare nel salone della dimora ove lui risiede (nel piccolo paesino di Pfeiffering) e ammette, poco a poco e davanti a tutti loro, della sua antica colpa. Gradualmente gli ospiti iniziano a lasciare la sala e, quando finalmente egli si dirige al pianoforte per saggiarli di qualche esecuzione della Lamentatio, dopo i primi accordi dissonanti cade a terra perdendo conoscenza. Da qui alla fine del libro si profilerà la figura di un altro Adrian, caduto nell’oblio di una malattia mentale, che non riconosce più i cari, senz’anima né spiritualità; annichilito e magro, pallido, che tenta addirittura il suicidio.
Ecco tornare il riflesso con la situazione germanica coeva: la fine della guerra, la sconfitta, la distruzione e la delusione del cuore dello scrittore, la vergogna quasi della sua nazionalità. L’anima perduta della sua amata Germania.
Le ultime righe lasciano interdetti e senza parole, come se il volume, nonostante la sua corposità (593 pagine), non sia forse ancora del tutto concluso; o piuttosto perché nemmeno nel suo cuore, Serenus/Thomas ha davvero idea di cos’altro si possa aggiungere per chiudere un caposaldo della letteratura come questo.
Andrew