La Sinusoide

Mi guardo intorno, in silenzio.

Sul tavolo, a lato del pc, la cartellina con dentro il mio Quintetto per archi, sotto il peso dell’astuccio. Sento di disprezzarlo. Mi sembra una musica fatta soltanto di un mucchio di male organizzazioni.

Poco più avanti, qualche pagina stampata e sottolineata a matita. Penso di avere tante idee in testa, e di non avere il tempo di metterle in atto, né più una memoria tanto acuta da ricordarle tutte dettagliatamente, come 10 anni fa per esempio, ai tempi delle superiori, quando passare la notte in bianco scrivendo musica immerso nel buio, solo con qualche candela era il mio pane, e l’energia non mi mancava mai, superava il sonno, il malumore. Era più forte, ed io ero un canale perfetto che le consentiva di passarmi attraverso.

Quanta passione che avevo, quanta meravigliosa e sincera illusione. C’erano meno mezzi di oggi, ma vivevo meglio. Soffrivo con tutto il cuore, con coraggio, con fede nel fatto che soffrire avrebbe catarizzato. Ogni cosa la sentivo profondamente, pienamente, enfaticamente, e per quanto a volte tutto ciò poteva sovrastarmi, mi teneva in riga, teneva vivo il guerriero interiore, lo spirito pronto a scoprire e conoscere, curioso e bramoso, assetato, mai sazio.

Ora guardo la libreria, e mi accorgo di quanto tempo se n’è andato, di quante cose ho perso. Forse non è stata colpa mia per certi versi, ma comunque tale è, ed avverto questo buco, questo cratere ampio mesi.

Ci sono oggetti qui e là che stanno dove sono, o al massimo hanno solo mutato posizione, da anni e anni, e non sono cambiati. Io sì. E provo vergogna, per non essere più quel che ho sempre cercato di conservare, e che tante volte adesso vado ricercando in abissi così profondi e così lontani che credo di aver perso ormai.

Sulla scrivania alla mia sinistra, oltre al vecchio pc fisso, dei portapenne. Uno di essi ha dentro dei pennarelli. Il ricordo di una persona a me cara che, ad ogni mio onomastico o compleanno, me ne portava una scatola. Da molto piccolo avevo una enorme passione per il disegno, e posso dire che me la cavavo anche. E’ durata fino alle medie e poco oltre, poi ha lasciato il posto alla musica e alla poesia.

Ci sono alcune foto di me, una al piano, al massimo a 17 anni. Una mentre, col flauto dolce in mano, guardo il libro di musica: sono alle elementari, probabilmente in seconda o terza. Poco più avanti una splendida foto della mia nonna materna, che sembra correre incontro a chi scattò la foto con le braccia aperte, come respirando a pieni polmoni. Dà un senso di pace e libertà, di serenità. Mi sembra quasi di poterla sentire durante quella risata così semplice. Peccato non averla mai conosciuta, la mia nonna.

Accanto, una foto dei miei fratelli, ai tempi delle elementari, un primo piano dove oltre al viso si vede soltanto il colletto dei loro grembiulini bianchi. E’ strano poter toccare quella foto, nata in un periodo dove io non c’ero ancora, e non ero nemmeno in procinto o in programma di arrivare. Anche perché non lo sono mai stato. Io sono giunto per caso, inatteso, non c’era in progetto di prendersi a carico un’altra vita da crescere o una bocca da sfamare. Un percorso da ricominciare da capo quando i miei fratelli avevano entrmabi superato i 15 anni.

Ci sono altre due foto, ma in un altro angolo della stanza. Una mi ritrae in primo piano, ma non guardo l’obiettivo. Avrò 7 anni al massimo. Ed è incredibile come io mi senta ritratto e rappresentato da quella foto, dove lo sfondo è indistinto e confonde tonalità di verde e di marrone-grigio, dove la mia attenzione è altrove. L’altra mi ritrae mentre regalo una luce: una piccola lampada creata da me all’asilo dentro un vasetto di marmellata vuoto, internamente rivestito di carta velina colorata, di modo che, una volta accesa la candela al centro, la luce prendesse tonalità diverse ed esotiche. La regalo al Don Guido, persona che ha diretto e sostenuto la scuola materna dove sono stato, per parecchi anni. Anche lo sfondo è esotico, sembra venire da un ambito africano, indiano. Colori caldi, verde, giallo, fucsia, arancio. Ed io dono, un gesto semplice ma che suscita interesse nell’altro. La mia e la sua mano si incontrano proprio a contatto con questa piccola lanterna.

Dietro di me il pianoforte. Amore della mia vita e molto altro. Come anche le persone che ho amato (o che amo), non sono ricambiato, o quanto meno non parimenti. Non saprò mai perché. Io mi sono dato completamente a lui, il mio cuore è in quei tasti, e risuona a contatto con le dita. Anche lui ormai da più di 10 anni è qui, ed ha visto, vissuto e sentito tanto quanto me. Non ci siamo mai abbandonati, né mai ho cambiato il mio amore nei suoi confronti, perché trovo che nonostante non mi ami quanto io a lui, probabilmente quello è comunque il massimo che può darmi.

Qui e là nella stanza, candele. Profumate o solo colorate, nuove o mezze consumate. Altre fonti di luce e calore. Sulle pareti, i ritratti di Chopin, mio maestro per eccellenza, Brahms e Beethoven. Dal lato opposto, su dei piccoli scaffali, tutti i miei cd. Solo io posso sapere le memorie, i ricordi, gli aneddoti che molti di essi portano con loro. Ricordi di lezioni, momenti forti, dolcezze, ingenuità, difficoltà e anche pianti, noie e delusioni. Attese. Pensieri inconfessabili, diari mai scritti. Ma che riemergono alla prima nota.

Non ho certo una camera ben ordinata, ma posso dire che è una camera che mi rispecchia alquanto.

E quindi arrivo, appunto, a me. Sono al centro della stanza, a scrivere al computer su di un tavolo quadrato. Da neanche un’ora è cominciato il mio 28mo anno di vita. Al di fuori di questo, non saprei cosa dire a riguardo. Forse vorrei che mi venisse un gran sonno, e che questa notte passasse in un colpo. Che domani non capirò quanto dura il tragitto in treno fino al conservatorio, che la lezione di composizione su questo Quintetto sia gratificante. Che il programma semplice della giornata di domani possa distogliermi da tanti pensieri e farmi pensare che crescere è anche bello, e non che porta ogni volta via più parti della tua originalità.

Mi sento lontano e distante, anche da me. Mi sento disinteressato, e ultimamente ciò che faccio lo faccio sì meglio che posso, ma senza molta importanza. Miro al mio massimo, ma senza ambizione. Al momento, sarà la stanchezza forse, questo è quanto posso dare.

E purtroppo non è diverso in questo giorno, il mio compleanno. Non mi serve una festa, non voglio una festa, non è il caso di una festa. Non vorrei auguri reiteranti, non voglio regali, biglietti. Voglio che sia tutto come sempre, come se io non compiessi gli anni né oggi né mai. Come se non sapessi quando sono nato, seppure i tratti della mia persona indicano con tutta chiarezza, urlano che sono un Pesci d’ultimi giorni, proprio quello per il quale è scritto che deve occuparsi della chiusura dei cicli, e l’apertura di quelli nuovi.

Ma purtroppo io non sempre sono pronto a tutto questo. Non tutte le mie annate sono di 365 o 366 giorni. Non sempre dico tutto ciò che vorrei o potrei o sentirei. Non sempre chiedo. Non sempre oso, non sempre è il tempo a non bastare. Non sempre sono abbastanza forte. Non sempre ho fortuna (anzi, quasi mai).

Non so neanche perché mi sia venuto in mente di scrivere, e neanche so dove voglio andare a finire. Pertanto è meglio se mi limito a chiudere adesso questa pena sconclusionata (ho peraltro scritto due volte su due la mia data di compleanno ma del 2011, e siamo nel 2012 da un po’ ormai…), prendere in mano il libro di Montalbano, e Cesare, e prendo la strada per il letto.

 

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