Nuova pubblicazione: “Notturni rossi”

Oggi parlo di qualcosa che mi riguarda in prima persona. Dopo ben 8 anni dalla pubblicazione di Mùrmure, la mia prima raccolta di poesie (potete trovare QUI delle informazioni utili, se volete), ho deciso di ripetere questa esperienza e di pubblicarne un’altra.

Si chiama Notturni rossi. E’ una passeggiata più o meno lunga e più o meno tracciata; un’opera che ho creato in poco tempo e senza troppo pensarci su. In ordine cronologico sarebbe la mia quinta raccolta di poesie: un paio restano private, ed un’altra, antecedente a Notturni rossi, sul punto di pubblicarla l’ho percepita incompleta e un po’ irrisolta, ed ho quindi preso del tempo per lasciarla maturare e rivederla a tempo debito.

Ho voluto espressamente, in Notturni rossi, togliere qualunque possibile istinto di rendere prestabilito, progettato o poco spontaneo il tutto. Le poesie contenute sono prevalentemente degli ultimi 18-20 mesi, ma altre vengono anche da molto lontano. Ascoltando l’estro e “la pancia”, sono andato a ripescare cose “vecchie” ma ancora attuali, che ho inserito o rivisitato.
Non voglio dilungarmi con le mie parole. Preferisco lasciarvi un estratto della prefazione, scritta da Marco Greppi, e lasciarvi un link Marco Greppi dove poter guardare meglio l’opera e, perché no, acquistarla:

“[…] Il percorso di lettura che ci propone l’autore non è causale, piuttosto sincronico, quasi alchemico, laddove, partendo dal movimento di passeggiate si arriva alla multiformità entropica dei brandelli consunti e macerati dal fumo e nell’alcol utilizzato come catalizzatore nella soluzione alchemica di questa Rubedo. Ed è “quest’ultima” fase che conferisce colore e aggettivo ai Notturni; in cerca di una finale energia e, contemporaneamente, esplodendo di passione e di sangue; notturni inevitabilmente rossi forse per cercare il rosso della rivoluzione, della ribellione verso attimi persi. Notturni rossi, perché rosso è, tra tutti, il colore intermedio tra il bianco e il nero, tra la presenza e l’assenza.”

QUI potete trovare la pagina del sito ilmiolibro.it dove eventualmente visionare ed acquistare la raccolta.
Vi lascio anche l’immagine estremamente essenziale che ho scelto come copertina:

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Fatemi sapere se vi piace!

A presto!
Andrew

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Su "Musica per organi caldi"/"Hot water music" (Charles Bukowsky)

Ho recentemente finito di leggere Musica per organi caldi, raccolta di 36 racconti di Charles Bukowsky. Dopo aver, per anni, sentito parlare di questo scrittore e averne letto qua e là aforismi e poesie, mi sono deciso ad acquistare un libro, lasciandomi puramente ammaliare dal titolo. Ricordo che ero a Crema quel giorno, e passeggiando per il centro pedonale mi sono imbucato in una libreria.
Musica per organi caldi -titolo originale Hot water music– a detta della traduttrice Viciani, è un’opera di un Bukowsky al suo meglio. Contiene sia narrazioni autobiografiche (sotto lo pseudonimo famoso di Chinaski, nei cui panni l’autore si cala per come è, senza aggiungere praticamente nulla) che altri scritti di pura invenzione. Alcuni sono permeati di pura follia. Altri ricalcano a pieno episodi vissuti.
E questo si evince. Nei racconti di vita vissuta, anche se con un altro nome, traspare l’animo di una persona vera, terrena. Forse un po’ caricata nel personaggio che la gente -e lo stesso Charles, bisogna ammetterlo- ha tracciato, ma comunque autentica.
Ho intenzione di leggere anche qualcos’altro, però. Una raccolta di poesie, forse. O magari un’altra selezione di racconti. Ho evitato l’arcinoto Storie di ordinaria follia perché il mio bisogno di non fare tutto ciò che fanno tutti ha preso il sopravvento. Ma forse toccherà anche a me…
Gli argomenti che vengono sistematicamente affrontati e vissuti sono sempre quelli: lo stato di precarietà economica, il vizio del bere, il sesso e la passione per le donne, la psiche e le emozioni del protagonista (a volte anche dei personaggi che passano nella scena).
Dicevo poco sopra, leggerò credo anche altro di Bukowsky. Più per un interesse personale che per una passione per lui. Mi spiego. Durante la lettura ho avuto momenti di fastidio, a tratti repulsivi nei confronti del suo personaggio. E vorrei potermi ricredere.
Questo ruolo di artista abbandonato ad una sorta di noia per la vita, cinico e disinteressato di tutto tranne quando punta un obbiettivo (una donna, una persona influente, soldi…) mi è risultato un po’ troppo forzato. Poco naturale, esagerato rispetto al vero. Non dubito affatto che Bukowsky potesse essere una sorta di maudit del tardo ‘900, non dubito del suo smodato cinismo o del suo lato sfrenato e libidinoso, ma spesso sembra quasi voglia appositamente giocare sull’immagine che la gente si è fatta di lui, utilizzandola a suo vantaggio. 
Non che ciò sia un danno, a dirla tutta, in fondo. Dipende dal fine. Se il fine è quello di vendere il più possibile e farsi conoscere, mantenere l’occhio del faro su di sé, è certamente un modo. Soprattutto se l’alternativa è non essere considerati per nulla (ricordo che Bukowsky accettò una somma irrisoria -da fame- ma fissa, al mese, pur di abbandonare un lavoro alle poste e occuparsi della sua scrittura). Però boh, la mia sensazione è che spesso si sia volutamente adombrato e abbia indossato i panni dell’idea del suo lettore medio, in modo da tenere viva la curiosità.
Tornando ai racconti, in alcuni di essi ho trovato anche alcuni pensieri interessanti, che in sé possono esulare dal contesto ed essere presi come spunti di riflessione. Talvolta perché sottolineano dettagli non immediati, altre volte perché sono così frizzanti e particolari da stimolare la fantasia.
In La strusciata del cane bianco si può leggere: “[…] solo le persone noiose si annoiano. Devono mettersi alla prova continuamente per sentirsi vive”. Oppure, in Colpi a vuoto, una riflessione fredda -ed ovviamente cinica- sull’amore dice: “L’amore è una forma di pregiudizio. Ami ciò di cui hai bisogno, ami ciò che ti fa stare bene, ami ciò che ti torna più utile”. 
La tipologia di scrittura, caratterizzata da frasi spesso molto brevi, descrizioni nette e senza troppo girarci intorno, portano Bukowsky a suscitare un senso di modernità senza tempo, in un arco di tempo che a me è parso possibile di circa 200 anni. Il suo stile è evocativo senza dire tutto, spesso dicendo pochissimo. Trasmette sensazioni di tensione, di grande malinconia, di eccitamento accennando soltanto qualche dettaglio. Insomma, si fa intendere.
Concludo con un accenno al racconto che mi ha più divertito, Altro che Bernadette. Al limite del comico, sagace nel tenere il dottore (ma anche il lettore) in tensione e in ascolto fino alla fine. Andatelo a cercare, se vi va.
A presto!
Andrew

"Lettere da Endenich": una riflessione su Robert e Clara Schumann

Recentemente ho avuto la fortunata occasione di vedere un mio articolo pubblicato sul blog di Classicaviva: una sorta di riflessione-recensione dopo il libro “Lettere da Endenich”, letto agli inizi di Dicembre scorso. Il piccolo volume riporta le lettere degli ultimi anni di Robert Schumann una volta internato al sanatorio di Endenich appunto, nonché quelle della moglie Clara e di personaggi a loro vicini come Johannes Brahms o Joachim. L’articolo che ho scritto osserva da altri punti di vista queste corrispondenze, e si pone qualche interrogativo a riguardo senza alcuna pretesa di avere ragione o di avere la verità fra le mani, ma soltanto come spunto di riflessione.
E’ possibile leggere l’articolo QUI.
Sono veramente contento di questa chance di collaborazione con un blog così importante, e sono sinceramente grato all’amico Luca Ciammarughi, per aver accolto l’idea e per avermi concesso questo spazio di espressione. [E’ bello quando l’Arte, che sia musica o altro, avvicina, connette o permette di fare incontrare persone che, altrimenti, non si conoscerebbero nemmeno. E’ bello ma anche molto importante: troppo spesso il senso della individualità allontana la forza di una coesione, anche quando è costituita da elementi differenti. Perché ogni distanza è comunque una possibilità di legame, un’occasione di arricchimento e di confronto.]
A presto!
Andrew

Quando il letto sfatto diventa quasi una "battaglia politica"

[Questa volta non scriverò un articolo di musica, non pubblicherò foto o recensioni di un concerto. Ho viglia di scrivere di qualcosa di molto meno importante ed “elevato”, ma che ho notato crescere, se non di importanza, quanto meno di volte in cui l’argomento si propone, tanto che mi sono ritrovato a rifletterci su. Ovviamente, con una vena ironica di fondo. Ecco il panegirico che ne è uscito:]
Rifare il letto, o meglio dover rifare il letto, è qualcosa che mi ha sempre reso insofferente. Vengo da una famiglia in cui certe mansioni di casa sono viste quasi come imperative, irrinunciabili al limite del venire prima delle persone stesse, ed una di queste è proprio il fatto che il letto sembri debba risultare rifatto al massimo per l’ora di pranzo. Dopo, sarebbe come un sacrilegio, un’offesa, una cosa quasi indegna. Ho visto mio padre non avere requia senza aver prima terminato ogni cosa che debba essere fatta prima. Addirittura, li ho visti dormire male, agitarsi, vivere male una giornata. Ma si può?!
Che sia per il fatto che di mio sono -molto!- difficile a farmi comandare, che sia perché odio -peggio!- essere interrotto mentre sto facendo qualcosa che mi prende parecchio (suonare/studiare, scrivere o ascoltare musica, leggere, meditare; ma a volte anche assai meno importanti, come quelle rare, rarissime volte in cui accendo la tv o mi siedo sul divano -entrambi oggetti completamente monopolizzati dai miei genitori), o per qualunque altro motivo, ma non riesco ad essere d’accordo. Visceralmente, dico, mi viene da oppormi: sbuffo, alzo gli occhi al cielo, insomma faccio un po’ di teatro, involontariamente. Dentro di me, la figura di un patetico attore da palcoscenico in una scena di disperazione e pianto, o peggio un operista in un’aria di follia.
Trovo inutile, se la guardo un po’ da lontano, la mansione del rifare il letto. Ogni santo giorno. Quando, poi, dodici-quattordici ore dopo lo si disfa nuovamente, per dormirci. E anche un po’ stupido. Mi sta benissimo aprire la finestra e cambiare aria, ci mancherebbe (un quarto d’ora, non due ore come fa mio padre, che in pieno inverno quando poi torni in camera è già buono se non ti prendi un accidente o una dissenteria fulminante!), ma perché essere condizionati in quel modo, o sentirsi in dovere di rifarlo per forza, tanto che se si esce per delle commissioni senza averlo fatto si resti inverso? Cioè…?!
A volte mi sorprende l’essere così lontano e diverso dalle idee della mia famiglia. Mi sento un figlio adottato, o allevato da qualcun altro. Boh?! So che sto scrivendo di un argomento abbastanza superficiale o comunque non importante, ma il numero di volte in cui in questa casa si presenta la polemica a riguardo mi lascia basito, e anche velatamente divertito (nonché un po’ stressato, ma vabbé…). Penso alla reazione smodata di mio padre, quando mi capita di sedermi sul letto rifatto per legarmi le scarpe o cambiarmi i vestiti: l’equivalente della distruzione di una parete della casa. Così, dopo lo sbotto, vado oltre e rifletto… Il fatto è che trovo la camera da letto il luogo in cui una persona possa e abbia bisogno di sentirsi a più agio possibile, e nel quale non debba fare attenzione a tutto ciò che tocca, ciò che sposta o lascia in giro. Un angolo nel quale può lasciarsi andare e stare in tranquillità, non dove cercare di coesistere a un asettico ordine forzato.
Ecco perché, qualora riuscissi nel prossimo futuro a creare una mia casa, un mio luogo dove stare, la camera da letto sarà sacra. Ma non per l’ordine. Non per il letto sempre rifatto. Voglio un letto a due piazze dove non preoccuparmi di quanto mi muovo nel sonno, e che posso lasciare sfatto per dare energie ed attenzione a qualcosa a mio avviso più importante, più utile o coinvolgente. Non è una questione di igiene o di pulizia, ci mancherebbe, è più un voler eliminare faccende inutili che hanno assunto per consuetudine il carattere dell’obbligo.
C’è sempre tempo per dedicarsi a questioni veramente inutili. Il letto, per me, è una di queste. Al contrario, ce n’è sempre meno per le cose importanti, per le quali esso sembra correre al doppio della velocità, prendendoci quasi gusto. Ho già perso -non proprio per mia scelta, anzi- tanto tempo quando ero più giovane, sottostando sempre a certe imposizioni. Vorrei poter vivere a modo mio, anche sbagliando, anche scordandomi di qualcosa e rimettendoci se serve; ma con le mie priorità, le mie cose importanti, le mie scelte e i miei valori. Sicuramente terrei il letto sfatto quasi perennemente, specialmente qualora invitassi i miei genitori a vedere il mio appartamento!
A presto,
Andrew

Sulla masterclass con Irene Veneziano (12 Novembre-10 Dicembre 2017)

Come avevo accennato nel breve articolo sul concerto di chiusura, ho partecipato -dopo qualche anno che, ahimé, non lo facevo più- ad una breve masterclass di pianoforte della cara amica e collega Irene Veneziano, ottima pianista che ho visto emergere sempre più dai tempi della Chopin Competition del 2010. 
[La nostra conoscenza è stata abbastanza casuale, dopo un suo concerto verso la fine dello stesso anno, a Monza, nel quale, insieme ad un altro bravo pianista, Ivan Donchev, eseguiva i due Concerti per pianoforte ed orchestra dello stesso Chopin nelle versioni con orchestra d’archi. Lì non ebbi occasione di parlarci, ero in treno e troppa era la gente presente per poter riuscire a raggiungerla e salutarla. Dovetti aspettare qualche settimana, a Morbegno, nel festival dell’amico Michele Montemurro, ed è stato da subito un incontro pieno di allegria.
L’anno successivo partecipai ad una sua masterclass (anche questa scoperta casualmente su Facebook) a Cutigliano, nelle colline pistoiesi; quindi, dal 2012 al 2014, alle sue master a Santa Margherita Ligure. In tutte queste esperienze ho avuto modo di comprendere tante cose su come studiare, questioni posturali, di utilizzo degli arti e del peso, e soprattutto del “gesto”, come qualcosa di finalizzato al suono e tramite esecutivo di aspetti non solo tecnici ma anche musicali.]
Tornando a monte, domenica scorsa, 10 dicembre, ha avuto luogo il concerto finale, dopo le ultime lezioni, nel quale, come già anticipato, ho eseguito la Sonata in Si minore Hob.XVI: 32, di Haydn. Nonostante la neve, c’era un buon numero di persone ad ascoltare. 
L’ambiente è molto carino: l’Accademia Marziali di Seveso ha un buon pianoforte lì. Il clima era piuttosto disteso e sereno, coeso. L’atmosfera piacevole ed Irene stesso, nel ruolo di “annunciatrice-presentatrice” è stata molto simpatica, professionale, togliendo dall’occasione una possibile aria troppo seriosa senza che essa apparisse banalizzata. 
E’ stato emozionante per me, anche perché non eseguivo nulla in pubblico da Luglio (e, soprattutto, non eseguivo brani a memoria preparati in così poco tempo!). Ho una volta di più compreso quanto sia utile ed importante per noi musicisti esibirci spesso in pubblico, non solo come sfoggio di bravure, ma come occasione formativa su vari aspetti, che vanno dalla mera gestione dell’emotività al confronto delle proprie peculiarità, alla condivisione del proprio lavoro e anche come coronamento di una fase di studio, intensa o meno che essa sia.
Prima di lasciare qualche fotografia vorrei ringraziare Irene per la sua professionalità, amicizia e simpatia. Per la sua serenità e il suo non farti mai sentire “meno”. Gli altri corsisti che, nonostante ci sia visti soltanto di sfroso e in due soli giorni, c’è stato un bel clima di simpatia senza vene competitive.
Inoltre, ringrazio sentitamente l’Accademia Marziali di Seveso, ottimo ambiente ben organizzato: in particolare, la Sig.ra Carla Pastormerlo, organizzatrice di tutto l’aspetto “tecnico” (orari di lezioni, raccolta iscrizioni, pagamenti, risposta a richieste di vario genere sempre con estrema cortesia), e Lisa Vergani, pianista e docente di pianoforte sempre presente, simpatica e disponibile, con ben 4 allievi presenti. E’ stato un piacere conoscervi. E speriamo di avere future altre occasioni di organizzazione e collaborazione!
Ecco gli scatti che ho ricevuto da amici e dalla stessa Accademia:

A presto, spero!
Andrew

Su "Peter Camenzind" (Hermann Hesse)

Fra i libri che acciuffai al mercatino di Imbersago lo scorso Ottobre, c’era Peter Camenzind, di Hermann Hesse. Ammetto che, fino a quel giorno, non sapevo nemmeno che questo romanzo esistesse; e ammetto anche di averlo acquistato perché si trovava fra le offerte a 1/2 euro, e di essere rimasto più attratto dalla breve trama sul retro e dalla copertina che da altro. Infatti, una volta portato a casa, l’ho lasciato a sonnecchiare un po’ -feci in tempo a concludere le Confessioni di un oppiomane di De Quincey, iniziare La Metamorfosi di Kafka e Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij, i quali tuttora sono lì mezzi addormentati sul comodino- prima di cominciare, con poca convinzione la lettura.
Come mi sbagliavo! Sin dalle prime venti pagine, i tratti burberi e scontrosi, ma pieni di sensibilità e dolcezza, di questo ragazzo montano mi hanno rapito. Sembrava quasi di poterlo vedere, come se fosse vicino o aleggiasse intorno. Sono rimasto coinvolto nei suoi tormenti di adolescente con una certa vaga melanconia, o forse empatia; ho partecipato, inoltre, alle sue avventure: spesso mi veniva addirittura da incitarlo o consigliarlo… insomma, mi sono lasciato prendere piacevolmente da questo breve romanzo (tant’è che l’ho finito in tre settimane scarse, leggendolo prima di dormire) così fresco, scorrevole e mai pedante. A tratti mi sono ritrovato simile in sue esperienze, oppure ad aver vissuto esattamente come Peter talune circostanze, oppure ancora a rivedere alcune mie avventure o momenti passati con gli spunti che traevo dai suoi frequenti colloqui con se stesso.
Ho amato, e letto più volte la poetica di Hermann Hesse. Pur non conoscendo affatto il tedesco, nelle traduzioni trovavo metafore, similitudini, visioni di grande effetto. Trasudava passionalità, fervore, desiderio. Meno sfrenato di De Quincey, meno misurato di Mann, meno “flautato e pastello” di Proust, eppure tanto vissuto, e tanto capace di trasferire nel lettore i tumulti, le sensazioni, a tratti le ipnosi.
Non voglio stilare una pseudo-recensione del libro, quanto, piuttosto, lasciare qualche spizzico e boccone sui momenti più belli dello stesso. 
Prima fra tutti, la descrizione dell’immagine del padre, uomo beone e violento, praticamente anaffettivo verso il figlio: lo stesso Peter non si risparmia quando ammettere di aver preso parecchie botte durante la giovinezza, ma non ne ha mai capito né saputo le ragioni. Quindi la figura della madre, donna apparentemente fredda e molto “pragmatica”, e la precoce perdita della stessa, vissuta dal protagonista senza previsioni né vere disperazioni (forse, però, con un ingoio enorme, e un amaro di disarmo ed impotenza) una mattina, mentre il padre era nello stesso letto, al fianco di lei, addormentato, senza accorgersi dell’agonia della consorte. Le parole con cui Hesse descrive l’agonia sobria ma evidente della madre, e il progressivo abbandono della vita sono molto toccanti. 
Subito dopo, la figura dell’amico Richard: momento alto del romanzo, in cui si incontrano gli ambienti “alti e bassi”: la mansarda polverosa ed essenziale di Peter e l’appartamento meraviglioso dell’amico pianista; il carattere grezzo, cupo, un po’ misantropo ma poetico dell’uno e la giocosa innocenza e la farfalloneria dell’altro, che non manca di stimolarlo e di invaderlo dolcemente nella sua insita ritrosia; il viaggio insieme in Italia, prima della loro separazione, a conclusione degli anni di studi -sempre costellati dalla fame di lettura e dal lavoro di recensore e articolista per qualche giornale locale- ed il passaggio nelle zone Umbre.
Gli amori, non da meno, costituiscono un capitolo importante. Richard stesso (e non solo) sembra essere parte di essi, pur non essendoci mai un’effettiva relazione amorosa, quanto semmai un’amicizia profonda, intima e calorosa. 
Le donne amate da Peter Camenzind, senza mai avere da esse corresponsione, sono tre: una ragazza, di nome Rose, amore giovanile vissuto segretamente dal protagonista ancora fra le pareti delle sue vallate natie; una pittrice, Erminia, la quale gli confesserà di essere innamorata di un uomo che non la considera proprio in un incontro romantico, sul lago, nel quale egli si era convinto a dichiararle il suo amore; l’ultima, Elisabeth, una bella donna di rango medio-alto, frequentatrice di salotti letterari ed artistici, con la quale avrà una breve relazione, interrotta da lui prima che questa prenda una piega troppo seria ed “impegnata”: infatti Elisabeth, successivamente, sceglierà di sposarsi con un altro uomo, e Peter le resterà sempre fedele amico, pur nutrendo ancora un forte innamoramento.
Infine, la figura di Boppi, che diviene centrale, ed ultima, profonda tematica del romanzo, prima della conclusione. Uomo storpio dalla nascita, fratello della moglie di un falegname col quale Peter stringe un’ottima amicizia, inizialmente suscita agli occhi di quest’ultimo una sorta di impressione, per poi trasformarsi in un rapporto tanto fraterno da ricordare quella con Richard, ma vissuto in età adulta. Tanto che Peter deciderà, di fronte alle ire e ai fastidi dell’amico falegname che non vuole mantenere Boppi in casa, di assumere le cure e la responsabilità di quest’ultimo, portandolo a vivere con sé e restandogli a fianco fino agli ultimi attimi di vita.
Insomma, guardando il libro da una certa “distanza”, la figura di Peter (traslazione dello stesso Hesse) sembra essere quella di un’anima costretta, per una sorta di destino, ad assistere al contatto con l’amore degli altri quanto con la perdita di essi o dello stesso amore. Ciclicamente, egli si trova in alto alle onde, sereno e spensierato, appassionato e poeta senza reale contatto con il terreno, e subito dopo piombato nel più profondo crepaccio dell’anima, tortuoso, sanguinante e dolente. Le donne amate, Richard, la madre, Boppi sono persone cardine, che riportano il protagonista alla “vecchia crepa” del bisogno di essere amato (visto che, dato il distacco insito nel carattere materno, e la violenza inspiegabile di quello paterno, egli non conosce bene la sensazione di essere amato) e delle cose semplici ma fondamentali della vita. L’amore altrui ferma -o quanto meno “rilassa”- la sua sete di conoscenza, di andare sempre a fondo e di conoscere il mondo, di percorrere a piedi infinite distanze e di sciogliere l’anima nell’ebbrezza data dal vino, abitudine che Peter eredita dritta dritta dal padre. 
E tutto ciò attira il lettore, lo inchioda alle pagine, creando empatia verso il protagonista, rievocando giovinezze, adolescenze, fulgori e pathos, amori non corrisposti… esperienze nelle quali, forse, a ben guardare, possiamo somigliarci proprio in quanto umani.
La conclusione è una sorta di ritorno all’ovile, dopo aver sondato terre altre, aver incontrato genti diverse, lasciato stancare l’anima su strade infinite e multiformi. L’occhio di un ragazzino cresciuto e fattosi uomo, con un mutato senso dell’amore e della vita stessa, nonché un nuovo sguardo sulle proprie origini, che, però, lascia così, un po’ incompleti: come se questa sorta di diario di vita di Peter Camenzind non trovi ancora pace né fine, come se il suo poema tanto progettato ma mai scritto lo si aspettasse ancora; poiché alcune aspirazioni e sogni non hanno ancora trovato realtà o fine, e restituiscono l’idea di un proseguimento non scritto, del quale siamo tuttora in attesa.
Andrew