Risveglio

Dopo più di 5 anni di oblio, torno di nuovo qui (e sull’altro blog, Metathymos), sperando di poterci restare di più, e di avere di più da dire, da raccontare, da recensire…

Recentemente si è chiusa una fase molto importante, intensa e “faticosa” della mia vita, ma soltanto ora comincio a rendermene conto e a prendere coscienza di avere maggiore libertà, anche per questo genere di cose.

Mi sento come se mi fossi risvegliato dopo un lungo sonno -tralascio le questioni sul fatto che sia stato, esso, ristoratore o debilitante o pieno di inquietudine- o forse come se fossi approdato ad una nuova riva, dopo un lungo viaggio a bordo di una zattera, in balia delle correnti e delle onde.
Che bello affondare, ogni tanto, i piedi nella sabbia, sdraiarsi al sole, non curarsi di barcamenare la propria vita ma gustarsi un po’ del suo svolgersi senza dover intervenire molto. Che bello avere ancora l’occasione di scrivere -cosa che in fondo amo fare, per quanto non mi importi che fine abbia o quanto venga considerata dagli altri- e di immaginare di poter, qui, riportare pensieri e impressioni, raccontare i luoghi dove camminerò o magari i concerti che ascolterò. Chi lo sa.

Mi ripeto, e me ne scuso, ma auguro buona lettura e ringrazio chiunque passerà da questa riva un po’ solitaria, ma splendidamente assolata di giorno e meravigliosamente valorizzata dalla luna e dalle stelle, la notte.

Blue Ocean Waves On The Beach Panoramic

Andrew

La Sinusoide

Mi guardo intorno, in silenzio.

Sul tavolo, a lato del pc, la cartellina con dentro il mio Quintetto per archi, sotto il peso dell’astuccio. Sento di disprezzarlo. Mi sembra una musica fatta soltanto di un mucchio di male organizzazioni.

Poco più avanti, qualche pagina stampata e sottolineata a matita. Penso di avere tante idee in testa, e di non avere il tempo di metterle in atto, né più una memoria tanto acuta da ricordarle tutte dettagliatamente, come 10 anni fa per esempio, ai tempi delle superiori, quando passare la notte in bianco scrivendo musica immerso nel buio, solo con qualche candela era il mio pane, e l’energia non mi mancava mai, superava il sonno, il malumore. Era più forte, ed io ero un canale perfetto che le consentiva di passarmi attraverso.

Quanta passione che avevo, quanta meravigliosa e sincera illusione. C’erano meno mezzi di oggi, ma vivevo meglio. Soffrivo con tutto il cuore, con coraggio, con fede nel fatto che soffrire avrebbe catarizzato. Ogni cosa la sentivo profondamente, pienamente, enfaticamente, e per quanto a volte tutto ciò poteva sovrastarmi, mi teneva in riga, teneva vivo il guerriero interiore, lo spirito pronto a scoprire e conoscere, curioso e bramoso, assetato, mai sazio.

Ora guardo la libreria, e mi accorgo di quanto tempo se n’è andato, di quante cose ho perso. Forse non è stata colpa mia per certi versi, ma comunque tale è, ed avverto questo buco, questo cratere ampio mesi.

Ci sono oggetti qui e là che stanno dove sono, o al massimo hanno solo mutato posizione, da anni e anni, e non sono cambiati. Io sì. E provo vergogna, per non essere più quel che ho sempre cercato di conservare, e che tante volte adesso vado ricercando in abissi così profondi e così lontani che credo di aver perso ormai.

Sulla scrivania alla mia sinistra, oltre al vecchio pc fisso, dei portapenne. Uno di essi ha dentro dei pennarelli. Il ricordo di una persona a me cara che, ad ogni mio onomastico o compleanno, me ne portava una scatola. Da molto piccolo avevo una enorme passione per il disegno, e posso dire che me la cavavo anche. E’ durata fino alle medie e poco oltre, poi ha lasciato il posto alla musica e alla poesia.

Ci sono alcune foto di me, una al piano, al massimo a 17 anni. Una mentre, col flauto dolce in mano, guardo il libro di musica: sono alle elementari, probabilmente in seconda o terza. Poco più avanti una splendida foto della mia nonna materna, che sembra correre incontro a chi scattò la foto con le braccia aperte, come respirando a pieni polmoni. Dà un senso di pace e libertà, di serenità. Mi sembra quasi di poterla sentire durante quella risata così semplice. Peccato non averla mai conosciuta, la mia nonna.

Accanto, una foto dei miei fratelli, ai tempi delle elementari, un primo piano dove oltre al viso si vede soltanto il colletto dei loro grembiulini bianchi. E’ strano poter toccare quella foto, nata in un periodo dove io non c’ero ancora, e non ero nemmeno in procinto o in programma di arrivare. Anche perché non lo sono mai stato. Io sono giunto per caso, inatteso, non c’era in progetto di prendersi a carico un’altra vita da crescere o una bocca da sfamare. Un percorso da ricominciare da capo quando i miei fratelli avevano entrmabi superato i 15 anni.

Ci sono altre due foto, ma in un altro angolo della stanza. Una mi ritrae in primo piano, ma non guardo l’obiettivo. Avrò 7 anni al massimo. Ed è incredibile come io mi senta ritratto e rappresentato da quella foto, dove lo sfondo è indistinto e confonde tonalità di verde e di marrone-grigio, dove la mia attenzione è altrove. L’altra mi ritrae mentre regalo una luce: una piccola lampada creata da me all’asilo dentro un vasetto di marmellata vuoto, internamente rivestito di carta velina colorata, di modo che, una volta accesa la candela al centro, la luce prendesse tonalità diverse ed esotiche. La regalo al Don Guido, persona che ha diretto e sostenuto la scuola materna dove sono stato, per parecchi anni. Anche lo sfondo è esotico, sembra venire da un ambito africano, indiano. Colori caldi, verde, giallo, fucsia, arancio. Ed io dono, un gesto semplice ma che suscita interesse nell’altro. La mia e la sua mano si incontrano proprio a contatto con questa piccola lanterna.

Dietro di me il pianoforte. Amore della mia vita e molto altro. Come anche le persone che ho amato (o che amo), non sono ricambiato, o quanto meno non parimenti. Non saprò mai perché. Io mi sono dato completamente a lui, il mio cuore è in quei tasti, e risuona a contatto con le dita. Anche lui ormai da più di 10 anni è qui, ed ha visto, vissuto e sentito tanto quanto me. Non ci siamo mai abbandonati, né mai ho cambiato il mio amore nei suoi confronti, perché trovo che nonostante non mi ami quanto io a lui, probabilmente quello è comunque il massimo che può darmi.

Qui e là nella stanza, candele. Profumate o solo colorate, nuove o mezze consumate. Altre fonti di luce e calore. Sulle pareti, i ritratti di Chopin, mio maestro per eccellenza, Brahms e Beethoven. Dal lato opposto, su dei piccoli scaffali, tutti i miei cd. Solo io posso sapere le memorie, i ricordi, gli aneddoti che molti di essi portano con loro. Ricordi di lezioni, momenti forti, dolcezze, ingenuità, difficoltà e anche pianti, noie e delusioni. Attese. Pensieri inconfessabili, diari mai scritti. Ma che riemergono alla prima nota.

Non ho certo una camera ben ordinata, ma posso dire che è una camera che mi rispecchia alquanto.

E quindi arrivo, appunto, a me. Sono al centro della stanza, a scrivere al computer su di un tavolo quadrato. Da neanche un’ora è cominciato il mio 28mo anno di vita. Al di fuori di questo, non saprei cosa dire a riguardo. Forse vorrei che mi venisse un gran sonno, e che questa notte passasse in un colpo. Che domani non capirò quanto dura il tragitto in treno fino al conservatorio, che la lezione di composizione su questo Quintetto sia gratificante. Che il programma semplice della giornata di domani possa distogliermi da tanti pensieri e farmi pensare che crescere è anche bello, e non che porta ogni volta via più parti della tua originalità.

Mi sento lontano e distante, anche da me. Mi sento disinteressato, e ultimamente ciò che faccio lo faccio sì meglio che posso, ma senza molta importanza. Miro al mio massimo, ma senza ambizione. Al momento, sarà la stanchezza forse, questo è quanto posso dare.

E purtroppo non è diverso in questo giorno, il mio compleanno. Non mi serve una festa, non voglio una festa, non è il caso di una festa. Non vorrei auguri reiteranti, non voglio regali, biglietti. Voglio che sia tutto come sempre, come se io non compiessi gli anni né oggi né mai. Come se non sapessi quando sono nato, seppure i tratti della mia persona indicano con tutta chiarezza, urlano che sono un Pesci d’ultimi giorni, proprio quello per il quale è scritto che deve occuparsi della chiusura dei cicli, e l’apertura di quelli nuovi.

Ma purtroppo io non sempre sono pronto a tutto questo. Non tutte le mie annate sono di 365 o 366 giorni. Non sempre dico tutto ciò che vorrei o potrei o sentirei. Non sempre chiedo. Non sempre oso, non sempre è il tempo a non bastare. Non sempre sono abbastanza forte. Non sempre ho fortuna (anzi, quasi mai).

Non so neanche perché mi sia venuto in mente di scrivere, e neanche so dove voglio andare a finire. Pertanto è meglio se mi limito a chiudere adesso questa pena sconclusionata (ho peraltro scritto due volte su due la mia data di compleanno ma del 2011, e siamo nel 2012 da un po’ ormai…), prendere in mano il libro di Montalbano, e Cesare, e prendo la strada per il letto.

 

Dall’altra parte

<<Penso che alcune delle mie migliori riflessioni abbiano luogo in treno>>.

Così esordì Gianni quel pomeriggio.

Come un rituale, ogni weekend lui ed io siamo soliti incontrarci. Ma non è mai solo e soltanto per “divertimento”. Dopo anni di amicizia, di avventure insieme, di momenti di vicinanza ed altri di distacco, le nostre uscite hanno assunto un carattere molto più particolare. Sono quasi la condivisione materiale e diretta di ciò che nella vita quotidiana non è possibile condividere, data l’oggettiva distanza che ci divide e che, pur non essendo così incolmabile, non è certo, per entrambi, tanto fattibile da percorrere spesso, visti e considerati soprattutto gli impegni ai quali entrambi siamo chiamati durante la settimana, io per lavoro, lui per studio. Il nostro rapporto si basa su di un “contatto”, frequente, cercato da ambo le parti. Parlo di telefonate, sms, mail. No, nulla di ossessivo o viziato. Stiamo anche intere giornate senza scambiare una parola, quando ciò che dobbiamo portare avanti ci assorbe più di quanto vorremmo.

E’ il punto di partenza che è lo stesso. Non siamo solo amici “per uscire”, siamo amici per davvero. A me interessa la sua vita, quello che gli passa nella testa – anche se spesso, lo ammetto, mi viene difficile capirlo o decifrarlo: Gianni è tutto fuorché una persona prevedibile –, i problemi che eventualmente incontra. Mi interessa sapere se posso essergli d’aiuto, materialmente o moralmente; se gli accade qualcosa di bello, se i rapporti coi suoi familiari funzionano o meno, se lo studio lo appassiona o lo stanca. E così via.

Insomma, non voglio prendere in causa frasi fatte o la retorica, ma penso e credo di poter dire con tranquillità che chiunque abbia un vero amico sappia di cosa sto parlando.

Ma torniamo a monte. Quel pomeriggio Gianni aveva esordito così alla mia consueta domanda <<Ci sono news?>>.

<<Cosa intendi, più specificamente?>> chiesi io un po’ stranito.

<<La realtà fuori, quando il treno è in moto, scorre veloce. Perde nitidezza e diventa come una tavolozza di colori a tratti miscelati su di una tela infinita, che dura per tutto il viaggio, con qualche fermata qui e là. Ed è proprio su di essa che nascono i miei “ghirigori” di pensieri. Eppure sembrano tutti sensati, tutti utili, tutti – quasi – necessari.>>

<<E… questi “ghirigori” cosa riguardavano, se posso?>> domandai con titubanza. Gianni ha alcune “ombre”. Nel senso che spesso di alcuni argomenti, se non è lui stesso che si espone e vuole parlarne, è bene evitare di chiedere, poiché, al di là di una questione di riservatezza, significa soprattutto che ci si sta dirigendo verso un terreno molto delicato, o che lo coinvolge profondamente, o che addirittura lui stesso in un certo qual modo “teme”. Così l’esperienza ed il tempo di conoscenza mi ha portato, spesso, ad utilizzare in questi casi questo tipo di domande, se vogliamo, come di richiesta accesso alle “zone riservate agli addetti”. E, devo ammettere, che forse ho trovato una chiave di approccio verso di lui.

<<Principalmente due cose. La prima è proprio questo discorso del treno come ambiente che concilia la riflessione. Esattamente come ad esempio un monastero può conciliare la preghiera, od un letto il sonno. Se ci si sofferma – per quanto possibile, dato che si viene trascinati dietro da questi “vortici” di pensieri – ci si sbalordisce di come si possa arrivare da una parte all’altra, collegare discorsi che sembrano molto lontani e, ancor più sorprendente, ricordare cose remote o il quale ricordo stesso era andato consumandosi nel tempo.>>

<<Cos’hai ricordato che non ricordavi più? Scusa il gioco di parole…>> dissi concludendo la frase con un velo di ironia.

<<Mah… non è stato un ricordare cose nell’interezza, ma piuttosto nei dettagli. Insomma, quando mi accade mi chiedo: Come farei a fare a meno di questo dettaglio?. Ti faccio un esempio… Hai presente che spesso accade di collegare, forse per associazioni inconsce, dei fatti che fra loro non hanno nessuna connessione… Ecco. Più o meno mi succede questo, in treno. Tipo, ieri eravamo ad una delle fermate intermedie della tratta. Fuori ho visto passare un tizio su di una vespa bianca, modello vecchio. E mi è venuto in mente di quando ero piccolino, sì e no due anni e mezzo al massimo poiché abitavo ancora nella casa vecchia, e mio fratello aveva una moto identica, e mi prendeva spesso in braccio facendo finta di farmi guidare la sua vespa nel giardinetto. E mi sono sbalordito di come si possano ricordare cose – seppur non proprio nitidamente – di quando non si aveva nemmeno 3 anni, e non ricordarne altre di quando se ne aveva magari 8, 9 o 10.>>

<<Capisco… beh, è una bella cosa dai. Magari scrivitele da qualche parte, così non le dimentichi più.>>

<<Sì, infatti ci stavo proprio pensando, mentre poco fa stavo venendo qui in macchina… un altro luogo preferito per questo genere di “eventi”!>> concluse Gianni con una risata velata.

<<E’ vero! Quando sono in macchina spesso faccio più chilometri io con la mia testa che con il motore!>> controbattei.

Gianni ridacchiò di nuovo. Poi proseguendo, dissi:

<<…e invece la seconda cosa qual’era?>>

<<Beh, la seconda cosa non parte dalla storia sul treno. Il fatto che il treno è stato il posto dove poi ci ho riflettuto, per tutta la durata della tratta.>> rispose.

<<Ah… beh, spero sia stato qualcosa di piacevole!>> esclamai.

<<A dire il vero non direi, in un certo senso. E’ qualcosa di cui abbiamo già parlato qualche volta ma boh, sarà forse per il caso particolare di ieri sera, ma mi ha fatto effetto…>>

<<Mh… spiegati.>>

<<Ieri sera, mentre percorrevo la solita strada per andare in stazione a prendere il treno, come sempre sulla via ho incontrato un paio di senzatetto. Conosci anche tu quella strada, di fronte c’è la tisaneria dove ogni tanto andiamo se ci riusciamo a vedere in settimana…>>

<<Sì, ho presente…>> intercalai.

<<Ecco. Solitamente le persone sono sempre quelle. Ieri invece ce n’era uno che non avevo mai visto. Era un ragazzo, che a stento raggiungeva la trentina. Era inginocchiato per terra, da parte all’entrata di quel bar-gelateria dove spesso ti sei comprato la bottiglietta d’acqua in estate. Aveva addosso soltanto una maglia a manica lunga. Tremava come uan foglia e affannava per il freddo. Teneva coi pugni il cappellino, chiedendo offerte. Io ero di fretta, a minuti avevo il treno. L’ho guardato di sfuggita, ma mi ha preso una tristezza… enorme proprio. Avrei tanto voluto avere con me un maglione di quelli che magari non uso mai, o una berretta, qualcosa per coprirlo. Ok che non ci sono più quelle temperature da -10°C, ma fa comunque freddo! Non potendo fare nulla di tutto ciò, ho preso la moneta che avevo nel portafogli e gliel’ho messa nel cappellino. Mi ha fatto un sorriso… io ho contraccambiato, ma ti dico la verità – e lo sai che non è la prima volta –, avrei voluto abbracciarlo, o sedermi accanto a lui. Avevo un nodo allo stomaco… e questo poiè stato il pensiero che mi sono portato nel mio viaggio in treno…>>, e Gianni si interruppe, lasciando la frase in sospeso.

<<Direi che è una esperienza abbastanza “forte”, soprattutto per uno come te che è parecchio sensibile…>> dissi con un fil di voce.

<<Sì… forte è vedere qualcuno che sta tremando fortissimo dal freddo e ti sorride un sacco perché gli dai tre spiccioli in moneta. Forte era la voglia di fermarmi lì, di dargli di che coprirsi… e non lasciarlo da solo. Mi sono sentito un po’, come dire, in colpa e impotente per questo. E’ brutto vedere che tu non sei nulla di più di lui, ne sei consapevole, ma la realtà, la società e certi meccanismi indipendenti da te ti portano comunque su un piano diverso dal suo. Questo è “forte”! E ingiusto, soprattutto.>>

Non osai aprire bocca. Pochi istanti dopo Gianni continuò:

<<Come sai non è la prima volta che vengo colto da questo desiderio di avvicinarmi a persone così. Mi chiedo come sia la vita vista dal loro punto di vista. Da seduti per terra, mentre fa freddo, non hai da mangiare, dove dormire o, com’è successo ieri, non hai nulla da metterti addosso e tremi… e il 99,9% della gente ti passa davanti senza guardarti nemmeno. Io diffido del fatto che gente come quel ragazzo abbia anche solo l’idea di provare invidia per uno solo di quel 99,9%. Nei suoi occhi vedevo più che tutto paura del freddo, e voglia di piangere, forse.>>

<<Ma se senti di volerti in qualche modo avvicinare… perché non lo fai?>> provocai.

<<Perché ho sempre un treno che mi aspetta nel momento sbagliato. Ed è strano, se penso che, proverbialmente, si dice che i treni passano una volta sola. Ad ogni modo, voglio farlo, e so che lo farò. Chi lo sa… forse il vero treno non è quello della stazione, allora, ma quello inginocchiato, fuori dal bar. Un treno che non parte, che non arriva e che non torna. Un treno che però si ferma. Un treno che non è un treno, ma se mai è più una sala d’aspetto. Che dici, magari anche lì potrei ritrovarmi lo stesso a perdermi in quei “ghirigori”… no?>>

Il Volto del Sole

‘Chissà se verrà mai il mio momento!..?’

E’ un rubinetto che perde, da tanto tempo. Che sia musica, altri progetti, rapporti interpersonali o con me stesso, tutti hanno bene o male l’impronta di questo punto interrogativo addosso.

Negli anni ho visto gente migliorare fino a oltrepassare il punto nel quale mi trovavo, mentre io, come un chiodo, lì. Fermo, tra la retrocessione e l’oscillazione, avanti e indietro invisibilmente. Ho visto gente giungermi vicina da lontano, e poi lentamente oltrepassare il punto nel quale ci eravamo incontrati, o prendere altre strade, abbandonarmi. Ho visto le mie dita assorbire e perdere, sciogliersi e irrigidirsi due volte peggio. Una cisti crescermi in un polso, una pioggia di contratture firmamentarmi la schiena e le spalle.

Ho visto colare tanto sudore, insieme a tanta ‘pace’ e salute, e abbandonarmi con esso, su di un asciugamano o sotto una doccia. Ho visto prendere l’impegno di 4 anni e scansarlo via come se fosse residuo di gomma da cancellare da parte di persone che dell’impegno altrui dovrebbero vivere. Ho visto togliermi il tempo di mano, e poi sfuggirmi di mano, come sapone, fino a divenire bolle iridescenti volteggianti troppo in alto, talmente su che nemmeno con tutta la forza che avevo per saltare riuscivo a tenerne una che fosse una con me. Ho visto diventare obsoleti due calendari nell’atarassia, nella staticità granitica di un aberrante capolavoro di sembianze umane, io. Bloccato, fermo e ammutolito. Ho vissuto nella pietra soffrendo al di sotto di essa, e per quanto potessi piangere, sputare o urlare, la suddetta pietra non si ammorbidiva mai.

Ho preso a scrivere per nessuno, come sempre. E quanto più mi sono convinto che era per nessuno, più ho destato l’attenzione e la compassione degli altri. Ma io non volevo né l’una né l’altra. Mi sono ritrovato fra artisti diversi da me, e tali rimarranno fino alla fine. Ho visto elogiare ciò che per me è quasi ‘parlare senza stile’. Ho visto emozione negli occhi di coloro che non volevo emozionare, e freddezza e distacco in quei pochi occhi che avrei raccolto la rugiada con le dita pur di farli brillare almeno un po’. Ho ricevuto abbracci indesiderati, e dato abbracci indesiderati. Ho ricevuto baci di voglia in cambio di baci d’affetto. Ho imparato da chi non sapeva di insegnare, e mi sono trovato a litigare e contraddire chi era designato per aiutarmi a tracciare una strada nella sabbia.

Ho taciuto ciò che avrei detto, ho detto ciò che non pensavo per cessare di sentire continuamente api e vespe ronzare. Ho ingoiato rospi per poi ammalarmi e vomitare il doppio delle rane. Ho abbassato gli occhi dallo sdegno, ed ho guardato in faccia ciò per cui darei la vita, per quanto distante, difficile e come irraggiungibile. Con tutta la consapevole rischiosità di rimanere bruciati.

Perchè il sole scalda, ma se lo guardi ti acceca.

Ma ciononostante, nonostante di tanti semi lanciati nel terreno buono nessuno sia ancora cresciuto, nonostante di un raccolto fiorente e lontano nel tempo ne ricordi più che tutto un enorme coltre di ceneri.. io aspetto. Questo treno prima o poi partirà per la sua destinazione.

Ed una volta lì, una volta accecato, non avrò più occhi per guardare, per illudermi di illuminarne altri, per sperare di vedere premiati gli impegni presi a calci: avrò più udito per percepire e ascoltare, più tatto per sentire e carezzare, olfatto per inseguire e ricordare.

E voce per raccontare cosa vedrò da accecato.

Ed un cuore, per portare con me il volto del sole.

Ascolto

Giacché gli episodi di vita si susseguono insegnando sempre qualcosa di piccolo o grande, ma di sicuramente utile, dopo aver parlato di comprensione, voglio parlare di ‘ascolto’.

Ma sarò meno ‘teorico’: quello che voglio fare non è un’analisi bacchettona e complessa, ma spiegare attraverso figure ed esempi personali cosa io sento, vedo e in cosa credo consista l’ascolto.

La cosa peggiore non è non ascoltare, ma non essere ascoltati. O meglio, non la peggiore, ma la più evidente e percepibile. Tutti sentiamo gravarne il peso, assurdamente. L’ascolto se c’è non ha peso, ma se manca diventa pesantissimo.

Non si può sempre ascoltare, né si può essere sempre ascoltati, né pertanto ascoltare ed essere sempre ascoltati al massimo delle capacità. Inutile ripescare i moventi, li ho già tentati di esporre nel post precedente sulla comprensione.

Eppure può essere così bello ascoltare. Ascoltare non è solo stare a sentire chi parla, o stare a sentire i rumori ed i suoni. Ascoltare significa assorbire, fare propri questi suoni, rumori, voci. E’ un scambio, è vero, non sempre positivo o fruttifero. Nessuno pretende che tu assorba tutto, nè (soprattutto) che tu debba scambiare con qualcosa di tuo ciò che ti viene dato. Per ‘orecchi’ sensibili, non sempre tutto è basato sulle parole, e non sempre (quasi mai) il ‘baratto’ è qualcosa di contemplato. E’ un rimbalzare continuo, come un battito del cuore, spesso così automatizzato che resta quasi inguardato.

Oggi, nelle piccole pause che prendo durante lo studio pomeridiano, che sia il thé bancha, uno spuntino, un attimo di relax per riposare le braccia onde evitare tensioni, ho ascoltato tantissime cose. Nessuna canzone, nessuna persona. Era il silenzio, se così si può dire. Il silenzio non è mai totale, e non è mai muto. C’è sempre un rumore, un fruscio, un qualcosa che ne impedisce la sua aderenza totale. Anche il nostro stesso respirare lo impedisce. Il nostro pensare, anche. Oggi in queste pause ho aperto lievemente la finestra che ora ho di fronte a me, ed ho ascoltato la pioggia battere sull’erba e sulla grondaia, creando un suono sordo e mai della medesima altezza. Ho ascoltato le rondini conversare, un’auto entrare (o uscire, non so, non la vedevo) dal box. Ho sentito il passo di chi scendeva le scale, l’interruttore della luce del vicino, qualcuno che apriva e chiudeva il rubinetto dell’acqua. Ho ascoltato il mio respirare e l’ho localizzato al centro del petto, in una zona fra lo sterno e l’ombelico. Era meraviglioso, questo pulsare, era come se avessi trovato l’origine della mia esistenza. Ho ascoltato il battito del cuore, qualche pensiero di troppo.

E’ bello ascoltare anche il respiro degli altri, ‘localizzarlo’ ed imitarlo, aiuta a mettersi in connessione, a trovare una dimensione reciproca. E’ bello ascoltare una musica lasciandosi totalmente vuoti per potersi fare trapassare totalmente, e come una rete filtrante, vedere ciò che ci rimane e ciò che se ne va per la sua strada. Ci sono musiche (ma non solo musiche a dire il vero) in grado di darci una spinta incredibile, di farci sentire in espansione, un po’ come i cerchi nell’acqua.

Non è semplice ascoltare, e tantomeno ascoltare le cose che non si dicono, ma si fanno. I gesti, le azioni, i comportamenti, i caratteri. Eppure ci direbbero tantissimo, ci aiuterebbero, arricchierebbero, anche ispirerebbero forse. Ci vuole empatia, ma ci vuole anche e soprattutto tempo e concentrazione, e sopra di tutto, volontà.

Io non posso valutare le persone in base a questo metro, nè posso sceglierle, ma posso sicuramente riconoscerle. Con esse si creano, si instaurano rapporti di ascolto e di ‘percezione’ che sono davvero meravigliosi. Ringraziando il cielo, nonostante le delusioni anche grandi che si possono (ed ho potuto) subire su questo frangente, ci sono quel piccolo numero di entità dalle quali veramente posso lasciarmi trapassare emozionalmente, verbalmente e mentalmente senza uscirne ferito, vuoto o.. pentito.

Comprensione

E’ da un po’ di tempo che ci rifletto e che ne voglio parlare, complici occasioni più o meno importanti che in questo ultimo periodo hanno costellato le mie giornate, portando questa tematica sempre più davanti agli occhi: il concetto di ‘comprensione’.

Cos’è, in verità, la Comprensione? Come è strutturata, come si riconosce, come si impara, si può impararla, serve sempre, serve a tutti, serve verso tutti? Si potrebbe stare a farsi domande all’infinito a riguardo, e probabilmente mai giungere a un effettivo risultato, chiaro e immutabile.

Per ciò che mi riguarda, la verità è che questo concetto si è sempre più esteso dentro di me. Si è infittito, arricchito e si è reso sempre più colorito e complesso. Non ci sono sempre consuetudini o argomenti, o occasioni in cui esso sia più o meno palesemente riconoscibile. E ciò rende anche più difficile la sua connotazione, il suo effettivo ed oggettivo ruolo e peso all’interno della vita quotidiana e dei rapporti interpersonali.

Una prima cosa che ho constatato, è che essa, la comprensione, è mutevole. Nel senso che non siamo sempre in grado di offrire il medesimo quantitativo. Vicino a questa casistica elencherei alcuni termini chiave che possono fare comprendere PERCHE’ non si è sempre in grado di dare costantemente la stessa comprensione: stress, distrazione-assorbimento in altre cose, impazienza, imprevisti, tempo a disposizione.

Inoltre, la comprensione, è terribilmente soggettiva, nel senso di legata al soggetto da comprendere. Più il soggetto ha peso rilevante nella nostra esistenza o in quel dato frangente di tempo, più essa sarà elastica, frequente, accogliente e disposta. Viceversa, più il soggetto è ‘leggero’, più essa sarà superficiale e limitata nel tempo. E non è tutto. Spesso e volentieri accade che i soggetti da comprendere, nel tempo, si ritrovino a passare dal gruppo delle persone che ‘meritano tutta la nostra comprensione’, o per lo meno quanta più sappiamo e possiamo o vogliamo offrirne, a quello di coloro per i quali ‘ci sentiamo nella posizione di poter ‘sospendere’ la cosa più agilmente e senza tanti sensi di colpa’. Ecco che così quello che ieri aveva la nostra apprensione e la nostra vicinanza, il nostro ascolto migliore, oggi è relegato altrove dal nostro silenzio perchè, in qualche modo, direttamente od indirettamente, ci ha fatto passare la voglia di impegnarci nei suoi confronti o ci ha fatto temporaneamente rivalutare l’idea che avevamo di lui.

Da ciò si può anche quindi arrivare a dire che la comprensione non è certo meritocratica. O, almeno, non nel senso stretto della parola meritocrazia. Giacché il nostro senso del meritocratico anzitutto non è fisso e ben determinato, e in secondo luogo è spesso viziato e capricciato, macchiato da un velo di opportunismo o, peggio ancora, dalla presenza o assenza di caratteristiche nella persona alla quale destiniamo la nostra comprensione che a noi sono ‘comode’.

Personalmente, mi viene quindi da pensare la comprensione come una ‘summa’ di alcune caratteristiche ed attitudini, miscelate in una precisa maniera ed in quantità più o meno variabili in base appunto all’oggetto della comprensione e al momento temporale nel quale questa cosa è richiesta. Entrano in gioco, fra le attitudini, cose anche di non poco conto: l’ascolto, l’onestà, il tatto, il rispetto della persona e delle ideologie – diverse dalle nostre, anche se per noi inconcepibili o errate. Fra le caratteristiche, cose più variabili (e che determinano subito in partenza, in modo più o meno chiaro, quanta reale capacità e voglia di comprensione ci potrà effettivamente essere): l’affetto che ci lega al soggetto, il peso che attribuiamo ad esso nella nostra vita… insomma quelle cose che poco sopra ho descritto come le qualità che rendono ‘soggettiva’ la comprensione.

Ora, poste queste due caratteristiche base (magari anche scartandone di altre che al momento la mia memoria non mi riporta), mi viene soprattutto da dire una cosa, basata su una fredda e ragionata valutazione della realtà che mi è gravitata attorno ultimamente relazionandola al concetto di comprensione: quanta poca ce n’è, d’oggi, in giro! Il dito punta più veloce e taccia con più asprezza, la malfidenza e la diffidenza sono quasi immediate, le orecchie sono quasi totalmente chiuse. Che tristezza.

Mandiamo un secondo a monte le due premesse: non è triste ciò che resta? Non è demotivante e demoralizzante? Il fatto che, anche e spesso e soprattutto magari fra rapporti interpersonali consolidati o comunque enfatici, si arrivi con estrema facilità ad un atteggiamento che solitamente si adotta con soggetti di tutt’altra fattura e coi quali si hanno rapporti ben più asciutti per non dire che non ci sono affatto rapporti?

Inoltre, e qui parlo per quel che riguarda la mia persona (anche perchè posso conoscere, per quanto sia realmente possibile effettivamente, solo la mia di ‘testa’), mi accorgo di quanta freddezza ci possa essere attorno. E di quanto questa, quando ci rimbalza indietro e ci si riversa addosso, ci faccia, ancor prima di riflettere, una sorta di ferita che può anche colpirci intimamente, anche e soprattutto se la persona dalla quale ci proviene ha per noi un valore sopra alla media, indipendentemente dalla tipologia di rapporto che abbiamo instauratoci.

E’ avvilente essere disposti ad ascoltare, capire, non giudicare (e a volte nemmeno valutare, poichè chi chiede comprensione, molte volte, chiede non tanto il cenno di approvazione, quanto il semplice spazio di espressione, che rasenta quasi il bisogno di non parlare solamente con se stessi, e quindi è legato ad un principio di profonda solitudine – probabilmente – per ciò che riguarda quello o l’altro argomento che ci andrà ad esporre); è demotivante essere pronti ad aiutare, a dare un abbraccio di conforto o una pacca sulle spalle, a sorridere fra sé e sé senza umiliare l’altro quando quel che ci dice ci sembra assurdo o incredibile, e ricevere indietro quasi il contrario di tutto questo che ho appena elencato. Ok, posso pensare anche ‘Andrew, non sono tutti come te, anzi, forse sono in pochissimi ad esserlo’, e non perchè io sia migliore, anzi forse sono in esagerazione. Ma al tempo spesso mi viene da pensare che voltarsi quando ci si trova davanti a due occhi lucidi o gonfi di lacrime, o bassi e spenti sia anche codardia. Piuttosto è meglio un educato ‘Appena ho un attimo di tempo mi racconti/mi fai vedere/mi spieghi/ti ascolterò, promesso’ o affini che un totale silenzio. Perchè chi chiede ascolto o comprensione, spesso, è terribilmente a disagio nel chiederli, e ad un rifiuto immotivato non azzarderà più una seconda richiesta.

Se c’è poca comprensione, forse, è anche perché, oltre all’ascolto, al non giudicare, all’accettare, c’è anche una pochezza di osservazione, di attenzione verso quanto meno coloro che, dentro e fuori di noi, hanno quel posto più o meno vicino che meriterebbe anche solo una goccia in più di impegno, o di buona volontà.

 

A. J. Enlightened

PS – Voglio precisare che non ci sono allusioni a specifiche persone in questo testo. E’ per me soltanto un sunto alla luce di riflessioni recenti, ma anche non. Non voglio essere crudo, ma così mi hanno anche un po’ educato: se qualcuno si sentisse preso in causa, forse è perchè ha qualche conto in sospeso di cui ben se ne capacita, e quindi quel che qui è detto non è rilevante.

Il Castello di Sabbia

E si aggiunge dell’altro a ciò che avrei ed avrò da dirti.

Il discorso si fa lungo, imprevedibile, costretto.

Avevo messo il tuo sorriso più raro in uno scrigno di ferro, ma la malasorte l’ha fatto cadere dallo scaffale dove era riposto, ed ora si è aperto. Anzi, è andato in pezzi. La chiave che mi dondola al collo è inutile, quella serratura non chiuderà più nulla ora.

E’ tutto da rifare. Il sole di Agosto, la canzone negli auricolari, le immagini eteree e impalpabili ispirate. La carnagione dorata dall’estate, le cartoline inviate, i regali donati. Un tono di voce.

Inscatolerei me stesso, se ci fosse un involucro abbastanza grande nel quale chiudermi. Ma poi chi chiuderebbe quella serratura? Non c’è nessuno fuori.

Non volevo. Non volevo dovere ma devo forzatamente.

E pertanto questo lungo momento silenzioso e monocromatico si sussegue e si inoltra senza dare avvisi di conclusione o di mutamenti di colore. Né la pioggia snervante, né la voce degli altri, un abbraccio diverso ma comunque caldo, né il silenzio del sottoscritto cambia le cose.

Il lavoro fatto male lo vedono tutti, ma quello fatto bene non lo vede nessuno. E proprio per questo spesso ci inciampa rovinando tutto e annullando gli sforzi fatti per realizzarlo.

Avevo quasi affettato la mia esistenza per vivere emozioni diverse e non miscelarle tutte, ma lo spazio del mio foglio, di questa mia lettera è stato ridotto da uno strappo accidentale della carta, ed ora per memorizzare tutto devo per forza usare la testa. E la voce.

Aumentano i pensieri, alimentati da un dubbio sussurrato dalla distorsione della percezione.E gettano su questo fuoco debole cose che ero riuscito a non supporre ed ero riuscito a non farmi prendere, contagiare.

Non volevo, e non è colpa mia. Ma mi ritrovo a viverlo io soltanto, ora.

E non ho niente e nessuno col quale prendermela. E anche la vita pratica scema in situazioni scomode ed imbarazzanti. I progetti, sembrano annullati. I desideri, intimoriti e demoralizzati. I sogni, incubi furbescamente mascherati.

Sembra tutto così ingiusto. Cerco di non provare male per nulla e per nessuno, ma poi ciò che è più grande di me fa di peggio e mi getta in ginocchio. Non ho forza né criterio per fare qualcosa. Non so cosa penso, non so dove sono e perchè. Non so cosa scelgo, dove cammino, quello che dico.

Credo che ora, se ti vedessi passeggiare poco più avanti di me, temerei tantissimo di chiamare il tuo nome o di correrti incontro.